Recupero dei contributi previdenziali versati in eccedenza: questioni di legittimità costituzionale?

La legge 29 del 7 Febbraio 1979 consente al lavoratore dipendente, pubblico o privato, che sia stato iscritto a forme obbligatorie di previdenza sostitutive, la possibilità di ricongiungere nella citata assicurazione, ai fini del diritto e della misura di un’unica pensione, tutti i periodi cdi contribuzione obbligatoria, volontaria e figurativa esistenti nelle altre gestioni previdenziali. La medesima facoltà è riconosciuta ai lavoratori autonomi che siano titolari di periodi di assicurazione nelle gestioni speciali per i lavoratori autonomi gestite dall’Inps, i quali possano far valere, all’atto della domanda, un periodo di contribuzione di almeno 5 anni immediatamente antecedente nell’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti oppure in due o più gestioni previdenziali diverse dalla predetta assicurazione.


Delineato il quadro giuridico dell’istituto del ricongiungimento contributivo, possono presentarsi, all’esito dell’avvenuto ricongiungimento, due distinte fattispecie: a) la prima ipotesi è quella in cui il montante dei contributi oggetto di ricongiungimento sia pari od inferiore alla c.d. riserva matematica che è costituita da un importo pari alla retribuzione annua percepita nell’anno in cui avviene il ricongiungimento moltiplicata per un determinato coefficiente; b) la seconda ipotesi è quella in cui il montante dei contributi oggetto di ricongiungimento sia superiore alla c.d. riserva matematica. Nella prima ipotesi non vi è versamento di contributi in eccedenza. Nella seconda ipotesi vi è, viceversa un versamento di contributi in eccedenza, rispetto alla riserva matematica.


Cosa accade ai contributi versati in eccedenza? Tali contributi, ai sensi dell’art. 3 della legge n. 29/1979 restano a carico della gestione presso la quale opera la ricongiunzione ma non danno luogo ad una rivalutazione del trattamento pensionistico percepito e, nemmeno, al riconoscimento di una seconda pensione.


Sostanzialmente, la ratio che ispira l’art. 3 della legge 29/1979 è quella propria dell’art. 38 della Costituzione che, di fatto, informa il nostro sistema previdenziale ad un principio di solidarietà generale secondo il quale i contributi raccolti sono finalizzati ad approntare un esteso sistema di tutele previdenziali anche a favore delle fasce più deboli, portando quindi ad escludere in via di principio la necessaria restituzione dei contributi legittimamente versati ma inutilizzabili per la maturazione del diritto a pensione[1].


Tuttavia, l’applicazione dell’art. 3 della legge 29/1979, seppur in adesione all’art. 38 Cost, potrebbe confliggere, dando quindi luogo a problematiche di legittimità costituzionale, con l’art. 3 della Costituzione, per asserita violazione del principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.


Detto principio nella sua applicazione costante non postula l’esigenza di un’uguaglianza assoluta di tutte le situazioni soggettive davanti alla legge, bensì un’uguaglianza, per così dire, relativa, in quanto la traduzione pratica dell’art. 3 Cost sul piano ordinamentale postula l’esigenza di trattare con uniformità - e dunque nel rispetto del principio di uguaglianza – quelle situazioni giuridiche soggettive che presentino identità di caratteristiche o di requisiti.


L’art. 8 della legge 29/1979 prevede che la contribuzione afferente ad effettive prestazioni di lavoro prevalga rispetto alla contribuzione volontaria coincidente dal punto di vista temporale; al comma 2, del medesimo art. 8 si dispone inoltre che ove la ricongiunzione avvenga ai sensi dell’art. 2, gli importi dei versamenti volontari vadano a scomputo dell’onere a carico del richiedente: la stessa Corte dei Conti[2], aveva avuto modo di chiarire che in ipotesi di contributi volontari rispetto alle somme da portare a scomputo dell’onere a carico del richiedente, le relative somme non potevano essere incamerate dal Tesoro ma, al contrario, avrebbero dovuto essere restituite all’interessato in forza di un principio desumibile dallo stesso art. 8 della legge n. 27/1979, dal momento che lo scomputo ivi disciplinato introduce un concetto sostanzialmente non diverso dalla restituzione.


L’applicazione di tale principio ai contributi versati ai fini ricongiuntivi ne imporrebbe appunto quella restituzione che in realtà non viene in nessun caso applicata anche sotto forma di eventuale valorizzazione del trattamento pensionistico percepito.

Consegue dall’omessa restituzione dei contributi versati in eccedenza ovvero dall’omessa valorizzazione del trattamento pensionistico percepito (e dunque dall’applicazione dell’art. 3 della legge n. 27/1979) l’evidente sperequazione e diversità di trattamento tra lavoratori dipendenti.


Appare in tal senso paradigmatico il seguente esempio: a parità di due situazioni giuridiche soggettive esemplificate da due dipendenti del comparto scuola che, con 39 anni ed 8 mesi di contributi (nel 2012) maturano il diritto alla pensione, vi è discrepanza di trattamento laddove uno dei due lavoratori abbia maturato interamente il proprio periodo contributivo nel comparto scuola mentre il secondo lavoratore abbia maturato il proprio periodo contributivo per effetto del ricongiungimento di diversi periodi assicurativi sotto gestioni previdenziali diverse. Infatti, a parità di contributi maturati, il lavoratore che ha trascorso l’intera vita lavorativa nel comparto scuola percepirà un trattamento di quiescenza mensile maggiore rispetto al collega che, nel comparto scuola, abbia trascorso solo una parte della propria vita lavorativa, pur avendo maturato gli stessi anni di contributi, senza che tali contributi vengano restituiti o diano diritto ad una rivalutazione del trattamento pensionistico.


Benchè il sistema previdenziali si conformi - come detto - al principio solidaristico affermato dall’art. 38 della Costituzione, regola che porta ad escludere in via di principio la necessaria restituzione dei contributi legittimamente versati ma inutilizzabili per la maturazione del diritto alla pensione, è di tutta evidenza come il bene protetto dalla norma costituzionale – assicurare al soggetto percipiente una vita dignitosa – non possa tuttavia confliggere con il principio di uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini davanti alla legge, principio che appare obiettivamente violato dall’evocato art. 3 della legge n. 29/1979, nella parte in cui non consentendo la restituzione dei contributi versati in eccedenza a seguito della ricongiunzione dei diversi periodi retributivi, nè una rivalutazione del trattamento pensionistico percepito, determina evidenti disparità di trattamento tra posizioni soggettive che abbiano la medesima anzianità contributiva (avendo anche lavorato nel medesimo comparto pubblico) conseguita in un caso mediante il ricongiungimento ex lege 29/1979 e nell’altro no.


In tema di contenzioso previdenziale radicato in passato avanti alla Corte dei Conti, quest’ultima ha confermato la legittimità dell’art. 3 della legge 29/1979 ma evocando esclusivamente a sostegno di tale legittimità l’applicazione del principio di solidarietà sociale al quale si conforma il sistema previdenziale nazionale in base all’art. 38 Cost.; occorre verificare, per contro, qualora la questione di legittimità della predetta norma venga sollevata in relazione all’art. 3 Cost., se il giudice adito, sia ordinario o contabile, non ritenga prevalente l’esigenza di tutelare il bene giuridico derivante dal trattamento uniforme di identiche situazioni soggettive, rispetto al diverso bene giuridico protetto dall’art. 38 Cost..


[1] (cfr. anche Cass. 29 ottobre 2001 n. 13382 e Corte Cost. sent. 31 luglio 2000 n. 404)

[2] Corte dei Conti Sez. contr. sent. 83 del 10 Dicembre 1990.

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