Linee evolutive della giurisprudenza in tema di risarcimento del danno endofamiliare applicate ad un

In presenza di un’azione di riconoscimento del rapporto di filiazione, promossa nell’interesse di un assistito dello Studio con esito positivo, si pone dunque la problematica del risarcimento dei danni non patrimoniali causati dal genitore naturale che si è sempre sottratto ad ottemperare ai propri doveri nei confronti del figlio naturale o, per meglio, dire, abbia ab initio completamente abdicato alla propria capacità genitoriale.


Il disinteresse mostrato da un genitore nei confronti di un figlio naturale integra la violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione della prole, e determina la lesione dei diritti nascenti dal rapporto di filiazione che trovano negli articoli 2 e 30 della Costituzione – oltre che nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento – un elevato grado di riconoscimento e tutela, sicchè tale condotta è suscettibile di integrare gli estremi dell’illecito civile e legittima l’esercizio, ai sensi dell’art. 2059 cod.civ., di un’azione autonoma volta al risarcimento dei danni non patrimoniali sofferti dalla prole.

Sul punto la Suprema Corte rileva che: ”non può dubitarsi, come il disinteresse dimostrato da un genitore nei confronti di un figlio, manifestatosi per lunghi anni e connotato, quindi, dalla violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, determini un vulnus dalle conseguenze di entità rimarchevole ed anche, purtroppo, ineliminabili, a quei diritti che, scaturendo dal rapporto di filiazione, trovano nella carta costituzionale ( in part., artt. 2 e 30 ), e nelle norme di natura internazionale recepite dal nostro ordinamento, un elevato grado di riconoscimento e di tutela[1]“.


Soffermandosi, dunque, su tali principi giurisprudenziali di impronta marcatamente garantistica tesi a proteggere la prole (nata in costanza od al di fuori del matrimonio civile o concordatario, o frutto di un rapporto more uxorio), si nota come gli stessi poggino e siano un’esternazione del principio secondo cui: ” l’obbligo dei genitori di mantenere i figli ( artt. 147 e 148 c.c. ), sussiste per il solo fatto di averli generati e prescinde da qualsivoglia domanda, sicchè nell’ipotesi in cui al momento della nascita il figlio sia riconosciuto da uno solo dei genitori, tenuto perciò a provvedere per intero al suo mantenimento, non viene meno l’obbligo dell’altro genitore per il periodo anteriore alla pronuncia della dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, essendo sorto sin dalla nascita, il diritto del figlio naturale ad essere mantenuto, istruito ed educato nei confronti di entrambi i genitori ”[2].

Da ciò ne deriva, come espresso dai Giudici della Cassazione, all’interno della pronuncia sopra riportata, che: ”dal momento della sentenza di accertamento della filiazione naturale ” termine che designa inoltre il ” dies a quo “ della decadenza della prescrizione del diritto stesso ), il genitore naturale, dichiarato tale con provvedimento giudiziale (su istanza diretto del figlio naturale che può proporre la domanda qualora sia maggiorenne, in quanto in grado di esprimere un consenso giuridicamente valido alla pari di tutti gli altri protagonisti della vicende ( genitori e gli altri figli) come pacificamente ammesso in dottrina ), ”non può sottrarsi alla sua obbligazione nei confronti del figlio per la quota sottoposta a suo carico, ma è tenuto a provvedere sin dal momento della nascita, attesa la natura dichiarativa della pronuncia che accerta la filiazione naturale “. In altre parole, l’attivazione di tale meccanismo giuridico, permette di risarcire, a beneficio del figlio naturale, la lesione di un interesse costituzionalmente protetto quale scaturigine di una modificazione esistenziale negativa che non può restare priva di tutela ”sulla scorta di una lettura costituzionalmente orientata del sistema della responsabilità civile ”[3].

Ne deriva, in conseguenza di tale ultimo orientamento giurisprudenziale, che è riconosciuta, al di là di ogni dubbio, la facoltà al figlio naturale, divenuto maggiorenne, di richiedere il risarcimento dei danni non patrimoniali nei confronti del genitore che si sia volutamente disinteressato di ottemperare, nei suoi confronti, ai doveri sanciti agli articoli 147 e 148 c.c..


Tale conclusione non potrebbe essere messa in dubbio neanche facendo leva sull’orientamento giurisprudenziale ”negazionista” in materia di danno esistenziale, in quanto i Giudici della Suprema Corte, sostenitori del medesimo indirizzo, pure avendo evidenziato che: ” la figura del danno esistenziale, per la sua genericità, non rientra nel novero dei danni non patrimoniali contemplati dell’art. 2059 c.c.”, non hanno osato non sussumere nell’alveo di tale categoria il ”danno da perdita di rapporto parentale, derivante da lesione di valori della persona umana costituzionalmente garantiti ”[4].


Tale espressione ”danno da perdita di rapporto parentale “, dato il suo tenore letterale e facendo leva sul principio dell’analogia iuris, non può intendersi, in senso restrittivo, riferibile essenzialmente ai casi di danno biologico, danno morale terminale, danno tanatologico, e così via[5], ma va estesa necessariamente ai casi di un rapporto genitoriale non giunto a maturazione – melius re perpensa negato sin dalle origini - in virtù del disinteresse dimostrato dal padre in questo caso nei confronti del figlio naturale, poiché “ merita tutela risarcitoria – in quanto non riconosciuto dal padre il figlio naturale che figuri aver perduto, a causa del mancato apporto paterno, chance di realizzazione personale”[6] .


Il totale disinteresse del padre naturale rispetto ai bisogni del figlio – dunque il mancato sostegno materiale, morale ed assistenziale, nei confronti di questo – è ipotesi pregiudizievole sotto il profilo esistenziale per i gravissimi risvolti negativi che tale comportamento omissivo ha sulla crescita personale e relazionale dello stesso.

Conclusivamente giova evidenziare che tale orientamento, sviluppato in prima istanza dalla giurisprudenza di legittimità ed ampliato dalla giurisprudenza di merito come sin qui dimostrato, è stato definitivamente cristallizzato dalla Suprema Corte che è giunta a sostenere la tesi secondo cui: ”il riconoscimento dei ” diritti della famiglia ” (art. 29, primo comma, Cost. ) va inteso non già restrittivamente, come tutela delle estrinsecazioni della persona nell’ambito esclusivo di quel nucleo, con una proiezione di carattere meramente interno, ma nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto personale ispira, generando bensì bisogni e doveri, ma dando anche luogo a gratificazioni, supporti, affrancazioni e significati“[7].


Ne deriva che nel caso in cui il fatto lesivo abbia profondamente alterato quel complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, della positività che dal rapporto parentale deriva, il danno non patrimoniale consiste nello sconvolgimento delle abitudini di vita ( dell’altro genitore e del figlio naturale privato ingiustamente del rapporto parentale ) deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto.


L’attore – assistito dallo Studio - alla stregua dei suesposti principi di diritto, non si prefigge ovviamente di conseguire dal convenuto un ristoro corrispondente alla quota di spettanza del convenuto in relazione alle somme spese per la propria crescita ed il proprio mantenimento – oneri ai quali il convenuto ove non si fosse sottratto ab initio ai propri doveri genitoriali avrebbe dovuto fare senza dubbio fronte - bensì un ristoro per quel danno schiettamente di natura non patrimoniale e derivante da perdita del rapporto parentale del quale egli è stato privato sin dall’inizio, danno amplificatosi a maggior ragione nelle sue conseguenze concrete dall’obiettiva incapacità/impossibilità della madre dell’attore di assolvere alla propria funzione genitoriale, anche in via suppletiva a quella paterna, stante proprio l’estrema criticità delle proprie condizioni psichiche e mentali.


L’attore, di fatto, è cresciuto senza la propria famiglia d’origine, è stato sballottato per dieci anni in un orfanatrofio, salvo poi all’età di 14 anni – età nella quale generalmente i suoi coetanei si apprestavano a vivere la fase migliore della propria esistenza – essere costretto a rimboccarsi le maniche intraprendendo, con un titolo di studio minimo, svariate occupazioni al fine di mantenersi e di concorrere al mantenimento di una madre non solo non in grado di assicurare al figlio le ordinarie cure, ma nemmeno di badare più a se stessa.


S u l q u a n t u m d e l r i s a r c i m e n t o

Si pone dunque l’esigenza di determinare l’entità del risarcimento del quale ritenere l’attore meritevole di riconoscimento L'obbligo di mantenimento di un figlio fuori dal matrimonio si autogenera per la circostanza della nascita del figlio medesimo ed esula dall'eventuale assenza di un progetto di genitorialità da parte della madre o del padre.


Si ritiene si possa pervenire a una valutazione equitativa del danno, con conseguente superamento dell'esigenza di dimostrarlo nel suo ammontare preciso, attraverso lo strumento della sua valutazione ex art. 1226.

Costituisce acquisizione da tempo ormai condivisa dalla giurisprudenza e dalla dottrina che nel sistema delineato dal legislatore del 1975 il modello di famiglia-istituzione, al quale il Codice Civile del 1942 era rimasto ancorato, è stato superato da quello di famiglia-comunità, i cui interessi non si pongono su un piano sovraordinato, ma si identificano con quelli solidali dei suoi componenti. Si tratta di un disegno della "nuova famiglia" completato e arricchito dalla l. 219/2012 e dal dlgs 154/2013 che hanno ulteriormente amplificato il "valore" del singolo membro nella comunità familiare, in particolare sottolineando come i genitori non esercitino una "potestà genitoriale" ma sino titolari di una "responsabilità genitoriale": concetto che già in sé richiama il dovere piuttosto che il diritto.


La responsabilità genitoriale prescinde da qualsiasi comunità materiale e spirituale dei coniugi, perché l'interesse della prole deve prevalere in ogni caso, anche in rapporto all'esigenza della formazione di una personalità dei figli, soggetti in fase di formazione, con la conseguenza che l'aggregato sociale, in cui questa personalità si sviluppa, deve essere impostata in modo da garantire un'effettiva serenità di vita ai figli.

Per tali ragioni al dovere di mantenimento si collegano il dovere di istruzione e di educazione, perché il solo riferimento alla patrimonialità non è sufficiente, per una completa possibilità di consolidamento della personalità di un minore, che costituisce come una crisalide, da cui deve venir fuori un essere autonomo. Proprio il superamento della dimensione meramente patrimonialistica implica l’esigenza di porre l’accento sul fatto per cui sia possibile configurare una responsabilità ex art. 2059 C.C., in rapporto alla violazione d'interessi costituzionalmente rilevanti.


La crisi dell'adolescente e dell'adulto è in vari casi derivante dalla mancanza di riferimenti genitoriali con ciò configurandosi un illecito in cui soggetto attivo è il genitore che ometta di svolgere il ruolo da egli stesso scelto con la procreazione e soggetto passivo è il figlio, che perda, senza propria colpa, uno dei genitori: la “perdita” del genitore non è compensata dalla presenza dell’altro o dei parenti prossimi; non è nemmeno compensata dal mero sostegno economico ma è perdita che segna la vita del fanciullo; è perdita che causa un danno alla sua stessa identità personale.

Siamo dunque in presenza di una situazione giuridica soggettiva di rango primario, come tale suscettibile di ristoro anche non patrimoniale; il pregiudizio in esame sfugge a precise quantificazioni in moneta e, pertanto, si impone la liquidazione in via equitativa ex art. 1226 cod. civ.


La particolare tipologia del danno non patrimoniale in questione - consistente nella integrale perdita del rapporto parentale che ogni figlio ha diritto di realizzare con il proprio genitore e che deve essere risarcita per il fatto in sé della lesione - può, in particolare, incontrare una liquidazione per indici presuntivi e secondo nozioni di comune esperienza applicando, come riferimento liquidatorio, la voce ad hoc prevista dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano (“perdita del genitore”) che ha determinato in un range tra euro 154.350,00 ed euro 308.700 il danno a favore del figlio per perdita del genitore: nella vicenda che ci occupa pare congruo quantificare in euro 300.000,00 (trecentomila//00) la richiesta di risarcimento del danno endofamiliare la cui liquidazione è stata chiesta a favore dell’attore ed a carico del convenuto, considerando in primo luogo il disinteresse assoluto dimostrato dal convenuto padre naturale che, avendo avuto conoscenza della gravidanza della madre dell’attore, si disinteressava da subito delle sorti del nascituro, interrompendo il rapporto con la stessa madre del medesimo; in secondo luogo la circostanza che anche in sede di costituzione in giudizio nel procedimento per il riconoscimento della paternità naturale promosso dall’attore, il convenuto si sia da subito difeso escludendo e negando l’esistenza di qualsiasi rapporto con la madre dell’attore, al punto che solo l’esame del DNA ha permesso di smentirlo; in terzo luogo la circostanza che l’abdicazione ab initio da parte del convenuto padre naturale ai propri doveri genitoriali ha senza dubbio contribuito, anche in forma di semplice concausa, alla progressiva crisi depressiva che ha colpito la madre dell’attore, portandola a soli 8 mesi dal parto al primo di una lunga serie di ricoveri in struttura psichiatrica; in quarto luogo il fatto che l’attore, a causa della gravissima compromissione del contesto familiare abbia di fatto vissuto buona parte della propria adolescenza presso un orfanatrofio ed un collegio sino a quando ha dovuto, per necessità, intraprendere immediatamente una serie di svariate occupazioni per mantenere se stesso ed assistere la propria madre negli intervalli tra un ricovero ospedaliero e l’altro.

[1] Così Cass. Civ. sentenza n.. 5652/2012

[2] Così Cass. Civ. Sez. 1^ Febbraio 2006

[3] Così Cass. Civ. Sez. Lav. 3 Luglio 2001 n. 9009

[4] Così Cass. Civ. Sez. III 15 Luglio 2005 n. 15022.

[5] Sul punto:: Cass. Civ. Sez. III 19.10.2007 N. 21976 – Cass. Civ. Sez. III 27.04.2015 n.. 8475 – Cass. Civ. Sez. III 03.10.2013 n. 22585 – Cass. SS.UU. 11.11.2008 N. 26972 – Cass. Civ. Sez. III 18.09.2008 n. 23846 – Cass. Civ. Sez. III 23.01.2014 n. 1361

[6] Corte d’Appello di Bologna 10.02.2004.

[7] Cass. Civ. Sez. III 31.05.2003 n. 8827.

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