Nuovo pignoramento e rinnovazione del precetto. Problematiche in materia di pignoramento del conto c

Quid iuris se il creditore procedente, dopo aver notificato al debitore l’atto di precetto e il successivo atto di pignoramento, nel termine di 90 giorni dalla notifica dell’atto di precetto, pur all’esito positivo della procedura di pignoramento, non veda completamente soddisfatte le proprie ragioni creditorie?

Il creditore potrà, conclusa con esito positivo la procedura di pignoramento esperita, procedere alla notifica al debitore di un nuovo atto di pignoramento senza necessità di rinnovare la notifica del precetto.

E’ la conclusione alla quale è pervenuta la Corte di Cassazione[1] che ha statuito come il termine di novanta giorni previsto dall’art. 481 c.p.c. entro il quale iniziare l’esecuzione dopo l’intimazione del precetto, essendo di decadenza e non di prescrizione, è rispettato qualora entro detto termine si proponga la prima esecuzione, non essendo necessario intimare un ulteriore precetto nel caso in cui occorra procedere ad una seconda esecuzione; ne consegue che il precetto in rinnovazione è atto che non ha alcuna utilità procedimentale, posto che l’inizio di un’esecuzione implica che il precetto originario possa essere utilizzato per tutte le successive esecuzioni sino al soddisfo del credito. Nel caso in cui con il precetto in rinnovazione si intimi anche il pagamento delle spese dei precetti precedenti, l’ultimo precetto, in sé valido, è però illegittimo per la parte relativa a tali spese.

Il Codice di Procedura Civile stabilisce che il precetto divenga inefficace se, entro 90 giorni dalla data in cui lo stesso è stato notificato, non sia avviata l'esecuzione forzata. Il rispetto di tale termine vale solo per il primo atto di precetto dal momento che, essendo il termine di 90 giorni un termine di decadenza e non di prescrizione, all’esito della prima esecuzione e senza un successivo precetto, sarà possibile procedere con una seconda esecuzione.


Un problematica di notevole portata applicativa riguarda la pignorabilità delle somme giacenti su conto corrente

Nel merito, si tratta di una forma di pignoramento presso terzi con la quale il creditore può cercare di soddisfare le proprie pretese creditorie, laddove ovviamente sia venuto a conoscenza mediante specifiche ricerche, dell’esistenza di un rapporto di conto corrente in capo al debitore.

Preme osservare, come la pignorabilità delle somme in conto corrente, laddove la provvista sia positiva e laddove sul conto corrente confluiscano molteplici forme di entrata, sia assai più semplice per il creditore in quanto non appare soggetta a limitazioni quantitative o qualitative legate alla natura delle specifiche voci di entrata sul conto.

Diverso è invece il caso in cui sul conto corrente confluiscano solo stipendi, pensioni o altre indennità (ad esempio l’assegno di disoccupazione). In tali circostanze la procedura di pignoramento deve fare i conti con le norme maggiormente restrittive introdotte dal legislatore nel 2015.

L’art. 545 c.p.c. comma 8 è stato riformulato prevedendo che le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possano essere pignorate, per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l'accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme potranno essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e settimo comma, nonché dalle speciali disposizioni di legge.

Viene così istituita una soglia di impignorabilità anche con riguardo alle giacenze presenti su conto corrente bancario o postale, ogni qual volta le stesse rinvengano dall'accredito di stipendi o pensioni.

Precedentemente alla novella normativa era esclusa la possibilità di configurare una impignorabilità, sia pure parziale, del saldo del conto corrente sul quale confluissero tali emolumenti corrisposti a titolo di stipendio o pensione dal momento che aveva rilievo l'orientamento secondo il quale i limiti alla pignorabilità degli stipendi e delle pensioni attenessero al credito, piuttosto che alle somme in sé, con l'effetto che tali limiti dovessero reputarsi del tutto inoperanti ogni volta che le somme spettanti a titolo di stipendio o di pensione fossero già state riscosse, entrando così a far parte del patrimonio del lavoratore o del pensionato[2]

A fronte di orientamenti della giurisprudenza di merito di diverso indirizzo, secondo i quali laddove il debitore avesse dimostrato che le somme presenti sul conto corrente derivassero esclusivamente da stipendi o pensioni, avrebbe auto rilevanza un limite al pignoramento di dette somme, il legislatore è intervenuto con il d.l. n. 83/2015 elevando la soglia di impignorabilità delle somme giacenti sul conto corrente e provenienti da stipendi, pensioni o indennità di disoccupazione.


Il comma otto dell'art. 545 c.p.c. si articola in due parti ben distinte: nella prima determina i limiti di pignorabilità del saldo presente sul conto bancario o postale al momento della notifica del pignoramento, nella seconda fa riferimento ai limiti alla pignorabilità delle somme che confluiscano sul conto nel corso della procedura esecutiva. Nella seconda parte comma otto dell'art. 545 c.p.c., si prevede che il pignoramento estenda la sua efficacia anche alle ulteriori somme che vengano accreditate, a titolo di stipendio o di pensione, sul conto nel corso della procedura esecutiva, sia pure entro i limiti previsti dall'art. 545, commi terzo, quarto, quinto e settimo, con l'effetto che le somme accreditate in corso di procedura a titolo di stipendio saranno ordinariamente pignorabili nei limiti di un quinto e che le somme accreditate in corso di procedura a titolo di pensione saranno ordinariamente pignorabili nei limiti di un quinto, una volta dedotta la quota impignorabile pari all'assegno sociale aumentato della metà.

Quanto alle somme già presenti sul conto al momento in cui si perfeziona la notifica del pignoramento presso terzi, viene previsto che le stesse siano pignorabili ad eccezione di un importo pari al triplo dell'assegno sociale, importo quest'ultimo da ritenersi sottratto a pignoramento.

Nel primo comma dell'art. 546 c.p.c. si prevede che con riguardo all’importo pari al triplo dell'assegno sociale presente sul saldo del conto corrente al momento della notifica del pignoramento, non sorgano in capo all'istituto terzo pignorato gli obblighi di custodia, con l'effetto che, con riguardo a tali somme, il debitore esecutato conserva la piena disponibilità delle somme anche nel corso della procedura esecutiva.

La nuova disciplina ha applicazione solo con riferimento alle procedure esecutive iniziate successivamente all'entrata in vigore del d.l. n. 83 del 2015.

[1] Cass. Civ., sez. III, sentenza 19 agosto 2013, n. 19876

[2] Così Cass. n. 17178/2012

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