Riforma Orlando 6: differimento dei colloqui del difensore con l'imputato in stato di custodia c

La legge 103/2017 ha previsto nei soli casi previsti per i delitti di cui all’art. 51 commi 3 bis e 3 quater del C.P.P. la limitazione temporanea dei colloqui del difensore con l’imputato in stato di custodia cautelare.


Solo per le fattispecie di reato di grave allarme sociale, dunque (delitti legati alla criminalità organizzata ed al terrorismo), è possibile disporre una temporanea limitazione dei colloqui del difensore con l’imputato.


Per i reati più gravi la possibilità di differire il colloquio è legata a specifiche ragioni di cautela che non possono essere identificate con quelle atte ad integrare i presupposti per l’adozione di misure cautelari, di tal che dovrebbe trattarsi di “necessità fuori dal comune, attinenti allo svolgimento delle indagini che rischierebbero di subire uno sviamento o comunque un pregiudizio a causa dello svolgimento del colloquio”[1].


La norma risponde alla chiara finalità di evitarne applicazioni estensive di portata tale da degenerare in una violazione del diritto di difesa, assolutamente inaccettabile per i principi del nostro ordinamento. Il differimento dei colloqui rischia di pregiudicare seriamente l’indiziato che ad esempio nell’interrogatorio di garanzia deve decidere se avvalersi della facoltà di non rispondere.


In ordine a tale profilo della vicenda era intervenuta la Direttiva UE 48/2013, recepita nell’ordinamento italiano con il Decreto legislativo n. 184/2016, che ha subordinato le fattispecie di differimento del colloquio con il difensore a parametri molto precisi, prevedendo che a tale diritto si possa derogare in circostanze eccezionali e solo nella fase che precede il processo e nella misura in cui ciò sia giustificato dalle circostanze particolari del caso qualora vi sia la necessità impellente di evitare gravi conseguenze negative per la vita, la libertà o l’integrità di una persona, ovvero quando vi sia la necessità indispensabile di un intervento immediato delle autorità inquirenti per evitare di compromettere in modo sostanziale un procedimento penale.

[1] Cass. Sez. II 1990.

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