Riforma Orlando 11: nuova struttura della sentenza e nuovo modello delle impugnazioni

La legge 103/2017 riformula l’art. 564 C.p.p. con l’obiettivo di precostituire un modello di sentenza penale suddiviso in 4 parti e così strutturato: a) accertamento dei fatti e delle circostanze che si riferiscono all’imputazione ed alla loro qualificazione giuridica; b) punibilità e determinazione della pena; c) responsabilità civile derivante dal reato; d) accertamento dei fatti dai quali dipende l’applicazione di norme processuali.


La motivazione della sentenza dovrà contenere la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto sui quali la decisione è fondata , con l’indicazione dei risultati acquisiti e dei criteri di valutazione della prova adottati e con l’enunciazione delle ragioni per le quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie.


Definita, la struttura sulla quale dovrà articolarsi la sentenza, anche le impugnazioni devono necessariamente rispecchiarsi sulla base di un modello che altro non fa se non riflettere la struttura della sentenza. A tal fine, l’art. 581 C.p.p., così come novellato dalla legge 103/2017, dispone che il gravame debba indicare, con enunciazione specifica a pena di inammissibilità: a) i capi o i punti della decisione ai quali si riferisce l’impugnazione; b) le prove delle quali si deduce l’inesistenza, l’omessa assunzione o l’omessa od erronea valutazione; c) le richieste anche istruttorie; d) i motivi con l’indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono la richiesta.


Definito l’atto di appello entro questo schema, esso diviene lo strumento con il quale rafforzare le restrizioni al ricorso in Cassazione in caso di “doppia conforme” ovvero di doppio proscioglimento in primo grado ed in appello: a tale riguardo, infatti, “il vizio del travisamento della prova, per utilizzazione di un’informazione inesistente nel materiale processuale o per omessa valutazione di una prova decisiva, può essere dedotto con il ricorso in Cassazione ex art. 606 C.p.p., comma 1 lettera “e”, solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti, con specifica deduzione, che il dato probatorio asseritamente travisato è stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado[1]”


Preme osservare come la riforma delle impugnazioni: a) recepisca le indicazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo[2] nella previsione in forza della quale in caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale; b) preveda il ripristino dell’appello contro la sentenza di non luogo a procedere emessa all’esito dell’udienza preliminare.


L’impugnazione era stata abolita nel 2006 e sostituita dal ricorso in Cassazione ai sensi dell’art. 428 C.p.p. di fatto traducendosi in un ricorso di merito il cui radicamento in Cassazione era oggettivamente improprio. Viceversa, aver restituito alla corte d’Appello la competenza sull’impugnazione della sentenza del Giudice dell’Udienza Preliminare offrirà senza dubbio maggiori possibilità di valutazione dei contenuti dell’appello rispetto ai limiti del giudizio di sola legittimità a cui si riduceva la ricorribilità in Cassazione.



[1] Cass. Sez. II sent. n. 7986/2017

[2] CEDU sentenze 2016 Dasgupta e 2017 Patalano

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