Dalla Corte di Cassazione radicali novità in tema di assegno di divorzio

E’ di questi giorni l’innovativa sentenza della I Sezione Civile[1] della Corte di Cassazione in tema di assegno divorzile.


Una pronuncia destinata senza dubbio a far discutere e che, inevitabilmente potrebbe anche portare ad una statuizione da parte delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, qualora altra sezione civile dovesse rimettere la questione al Primo Presidente della Corte perché la Corte si pronunci a Sezioni Unite.


Occorre quindi esaminare: a) la vicenda dalla quale ha avuto origine la nuova pronuncia; b) la portata della nuova pronuncia rispetto al consolidato e precedente orientamento; c) le eventuali ricadute della nuova pronuncia per il futuro.


La vicenda ha origine da un ricorso proposto avanti alla Suprema Corte, avverso alla sentenza della Corte d’Appello di Milano per asserita violazione e falsa applicazione della legge n. 898 del 1970 art. 5, comma 6, in quanto, a dire della ricorrente la Corte di merito avrebbe negato il proprio diritto a percepire l’assegno sulla base della circostanza che il coniuge non avesse mezzi adeguati a conservare l’alto tenore di vita matrimoniale, mettendo in evidenza l’avvenuta riduzione dei propri redditi rispetto all’epoca della separazione mentre avrebbe dovuto prima verificare l’indisponibilità, da parte dell’ex coniuge richiedente, di mezzi adeguati a conservare il tenore di vita matrimoniale o la sua impossibilità a procurarseli per ragioni oggettive.


Altro motivo rilevante nell’impugnativa è da ricondurre alla violazione degli artt. 112 e 132 C.p.c. in quanto ad avviso della ricorrente i giudici di merito avrebbero escluso il diritto all’assegno, disconoscendo la rilevanza della sperequazione tra le situazioni reddituali e patrimoniali degli ex coniugi e dando erroneamente rilievo agli accordi raggiunti in sede di separazione che, al contrario, indicavano la disparità economica tra le parti e la mancanza di autosufficienza economica della moglie, poi ricorrente in Cassazione.


La Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo infondati tutti i motivi di impugnazione proposti ed ha statuito la necessità di correggere in diritto la motivazione della sentenza della Corte d’Appello di Milano, ritenendo tuttavia conforme a diritto il dispositivo del giudice del gravame.


A giudizio della Suprema Corte, infatti, una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso, sulla base dell’accertamento giudiziale passato ingiudicato che la comunione spirituale e materiale dei coniugi non possa essere mantenuta o ricostituita, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sia sul piano dello status personale dei coniugi – che da quel momento devono considerarsi "persone singole” – sia su quello dei rispettivi rapporti economico-patrimoniale ed in particolare anche del reciproco dovere di assistenza morale e materiale, salvo, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale con i relativi diritti e doveri.


Estintosi in questo modo il rapporto matrimoniale, il diritto all’assegno di divorzio, previsto dalla legge 898 del 1970, nel testo poi sostituito dalla legge n. 74 del 1987, art. 10, è condizionato dal preventivo riconoscimento solo in base all’accertamento giudiziale della mancanza di mezzi adeguati dell’ex coniuge richiedente l’assegno, o comunque dell’impossibilità per il medesimo di procurarseli per ragioni oggettive.


Si assiste dunque ad un ribaltamento della trentennale ed ormai consolidata giurisprudenza costante nell’affermare che l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio dovesse essere effettuato verificando l’adeguatezza o meno dei mezzi del coniuge richiedente alla conservazione del tenore di vita precedente[2].


In passato era orientamento consolidato quello di ritenere che l’accertamento del diritto all’assegno divorzile dovesse essere effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che, presumibilmente, sarebbe proseguito, in caso di continuazione dello stesso vincolo matrimoniale o che comunque avrebbe potuto ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturare nel corso del rapporto.


In questo contesto la Suprema Corte era pervenuta ad affermare l’irrilevanza del patrimonio di cui fosse titolare la moglie richiedente la corresponsione dell’assegno divorzile, ove tale patrimonio non fosse comunque tale da garantirle un reddito adeguato alla conservazione del tenore di vita che i redditi del marito sarebbero stati in grado di assicurarle[3]. Inoltre per la Suprema Corte la stessa parsimonia del marito in pendenza della vita matrimoniale, non escludeva l’attribuzione alla moglie in occasione del divorzio di un assegno parametrato non al concreto tenore di vita della famiglia, ma alle reali possibilità economiche della famiglia stessa.


In effetti, questo consolidato orientamento, oltre a disallineare l’Italia rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei, integrava i presupposti per ritenere che l’assegno divorzile potesse anche trasformarsi in una sorta di strumento di arricchimento e/o di investimento per il coniuge destinatario.


Ora, nella consapevolezza per cui il matrimonio è visto come atti di libertà e di autoresponsabilità in quanto tale dissolubile, un’interpretazione dei criteri di riconoscimento dell’assegno divorzile tale da protrarre per lungo tempo gli effetti economico-patrimoniali del vincolo matrimoniale ormai cessato, non avrebbe alcuna logica oltre a trasformarsi in ostacolo potenziale alla formazione di una nuova famiglia per chi, tra i due coniugi, sarebbe tenuto a corrispondere all’altro l’assegno di divorzio.


La stessa I Sezione Civile ha ritenuto di dover rileggere l’art. 5 della legge sul divorzio in correlazione all’art. 337 septies del Codice Civile in ordine alla tutela dei figli maggiorenni in caso di separazione, divorzio o annullamento o nullità del matrimonio dei genitori, prevedendo che il giudice, valutate le circostanza, possa disporre in favore dei figli maggiorenni e non indipendenti economicamente, un assegno periodico: ma sempre nel rispetto del principio di autoresponsabilità economica che ovviamente esclude che la richiesta fata valere dal figlio maggiorenne di continuare a percepire l’assegno di mantenimento dopo aver rifiutato in età avanzata di acquisire una propria autonomia economica mediante l’impegno lavorativo, non è tutelabile in quanto in contrasto con il principio di autoresponsabilità.


Il principio di autoresponsabilità deve quindi essere applicato anche ai fini del riconoscimento dell’assegno di divorzio: il carattere assistenziale dell’assegno di divorzio implica necessariamente che esso sia riconosciuto nel solo caso in cui uno dei coniugi non disponga dei mezzi adeguati per il proprio sostentamento o comunque qualora non possa procurarseli per ragioni oggettive.


Certamente non cambiano i parametri sulla base dei quali determinare l’assegno: in quanto esso dovrà essere adeguato alle condizioni dei coniugi, alle ragioni della decisione, al contributo personale ed economico dato da ciascuno di essi alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, nonché al reddito di entrambi i coniugi durante il matrimonio.


Si può quindi concludere affermando che, in mancanza di mutamento dei parametri di determinazione dell’assegno di divorzio, è stata ribaltata tuttavia l’impostazione che vedeva nell’assegno uno strumento tale da permettere al beneficiario di godere dello stesso tenore di vita di cui aveva fruito in costanza della vita matrimoniale.


Se la I Sezione Civile ha dunque tracciato una strada radicalmente innovativa, non è conseguenziale a tale pronuncia l’effetto della presentazione di migliaia di ricorsi finalizzati a conseguire la revisione o la revoca dell’assegno divorzile, sulla base della nuova pronuncia.


Occorrerà infatti che la pronuncia della I Sezione sia confermata dalle Sezioni Unite, qualora un altro Collegio della Suprema Corte dovesse rimettere la questione al Primo Presidente affinchè disponga che la Suprema Corte pronunci a Sezioni Unite.


In secondo luogo, dopo l’eventuale pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte aderente all’orientamento espresso dalla I Sezione Civile, preme rilevare come agli effetti dell’art. 9 della legge 898 del 1970 “qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale può, su istanza di parte disporre la revisione delle disposizioni relative alla misura ed alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli artt. 5 e 6”: i giustificati motivi che potrebbero permettere la revisione dell’assegno sono solo quelle circostanze di fatto che vengano a modificare la situazione che i giudici avevano valutato nel pronunciare sul fatto se l’assegno fosse dovuto ed in quale entità determinarlo.


Pertanto nei divorzi nei quali le pronunce sull’assegno siano ormai passate formalmente in giudicato l’effetto del nuovo orientamento della Corte di Cassazione è del tutto irrilevante, fatto salvo il caso che ad una modifica normativa dell’art. 5 della legge 898 del 1970 non sia espressamente riconosciuto effetto retroattivo.

[1] Cassazione sentenza del 10 Maggio 2017 n. 11504

[2] Ancora recentemente Cassazione Ordinanza 29 Settembre 2016 n. 19339.

[3] Sul punto Cassazione sentenza 12 Aprile 2001 n. 5492.

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