La rete dei centri antiviolenza e i doveri dell'avvocato difensore di donne vittime di violenza

La violenza domestica è frutto di una pratica presente da secoli in tute le culture: un fenomeno tenuto nascosto e che difficilmente viene in superficie attraverso la denuncia delle vessazioni subite dalla donna.


Progressivamente, specie negli ultimi decenni, il mutamento dei costumi e delle relazioni familiari ha comportato la trasformazione del fenomeno della violenza domestica da affare privato a problema di carattere sociale.


Nel 1976, nel processo per il “delitto del Circeo”, il Movimento delle Donne si è costituito parte civile determinando lo spostamento dell’attenzione su tale fenomeno in una dimensione pubblica. Proprio in quegli anni nascono le prime case rifugio ed i primi centri antiviolenza sul territorio.


La legge n. 66 del 1996 in tema di violenza sessuale ha costituito un punto di passaggio fondamentale in quanto ha comportato la tutela dell’interesse della persona ad autodeterminarsi anche nella propria sfera sessuale.


I centri antiviolenza sono chiamati a supportare psicologicamente la donna vittima di violenza, adottando misure che assicurino la riservatezza e garantiscano assistenza medica , psicologica e sociale alla donna, nonché la raccolta delle prove. Fino al 2000 le istituzioni erano alquanto latitanti rispetto alla prospettiva di assecondare la costituzione di una rete di centri antiviolenza sul territorio: solo in quell’anno a Torino è stato istituito il coordinamento cittadino dei centri antiviolenza e nel 2008 è stato varato dalla Regione Piemonte il piano regionale 2008-2010 per le azioni positive di contrasto alla violenza domestica e di genere. Nel Maggio 2003 è stato aperto, presso l’Ospedale Sant’Anna di Torino il primo centro antiviolenza.


La violenza domestica determina, come detto, l’insorgenza di patologie in ambito psichico e fisico di tal che occorre fornire alla vittima un supporto completo: abitualmente la vittima raggiunge il centro antiviolenza o da sola o accompagnata dalle forze dell’ordine; statisticamente prevalgono donne di età compresa tra i 18 e i 25 anni, per la maggior parte nubili e straniere. Frequenti sono i casi di donne maltrattate in stato di gravidanza: questa forma di maltrattamento costituisce a livello europeo la seconda causa di morte per le donne in gravidanza; per contro in Italia concerne l’11% dei casi: le ragioni insite nel fenomeno sono da ricondurre al fatto che il partner considera il nascituro come un terzo incomodo – seppure desiderato. La legge regionale 4/2016 ha istituto anche il c.d. “codice rosa” che dà una priorità alla donna vittima di violenza, affiancandosi al codice del triage nelle strutture di pronto soccorso.


All’interno del centro antiviolenza la donna viene visitata, al fine di valutare compiutamente le lesioni ed anche i suoi indumenti, per la ricostruzione delle modalità dell’accaduto e, successivamente, si procede a raccogliere il racconto che la donna fa dell’esperienza vissuta.

Una fase importante è quella che riguarda il compimento degli esami tossicologici i cui risultati vengono mandati ai centri antidoping.

La rete dei centri antiviolenza di Torino diviene operativa nel 2011/2012 dopo una lunga gestazione, dal momento che sino ad allora quelli esistenti erano gestiti esclusivamente da associazioni di volontariato. analoga considerazione deve essere fatta in relazione alle case rifugio. Si tratta di strutture che:

  1. supportano le donne che subiscono violenza, senza limiti massimi dì età (tanto è vero che sono state accolte donne anche di 80 anni);

  2. offrono protezione alle donne la cui incolumità sia a rischio e che debbano lasciare la propria abitazione; la donna che arriva nella casa rifugio è fragile in quanto a causa della violenza il suo mondo è andato in frantumi di tal che la permanenza nella casa rifugio può durare da tre a sei mesi in modo da consentire alla donna di recuperare una propria dimensione, rimettendo in moto la propria esistenza. Si tratta di una fase estremamente delicata poiché al proprio arrivo la donna non ha fiducia in nessuno, né negli operatori né negli assistenti sociali;

  3. sono coadiuvate da un call center finalizzato a verificare le strutture libere ed i posti disponibili, comunque aperte h24 e tutto l’anno, con particolare attenzione alle giornate festive ed alle fasce orarie preserali;

  4. sono collegati alla rete nazionale 1522 istituita dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, al fine di fornire informazioni sui centri antiviolenza più vicini.

La “rete antiviolenza” è costituita non soltanto dai centri e dalle case rifugio ma anche dalle associazioni antiviolenza, dalle ASL, dalla polizia municipale. All’interno dei centri antiviolenza, la raccolta del vissuto da parte della vittima di violenza costituisce solo il primo passo; immediatamente la vittima viene affiancata da un’operatrice che la seguirà nel proprio percorso per circa 6 mesi o un anno. Le operatrici sono dotate di una formazione educativa in costante aggiornamento e si confrontano con avvocati civilisti e penalisti che, individuati dal Comune mediante un bando ad evidenza pubblica.

I centri offrono anche una serie di tirocini costituiti da borse/lavoro finanziate con un bando pubblico dalla Regione Piemonte e dalla Città Metropolitana di Torino. Il lavoro del centro è di rete in quanto esso deve collaborare con i servizi istituzionali e del privato sociale, deve interagire con il centro per le relazioni e le famiglie e si confronta con i gruppi di lavoro multiprofessionali che comprendono avvocati e psicologi.


I percorsi degli uomini che maltrattano

Il 93% degli uomini che perpetrano violenza sulle donne non presentano alcuna patologia ma un disagio relazionale generico. I percorsi predisposti per gli uomini autori di violenza hanno lo scopo di rimuovere le condizioni dalle quali la violenza è scaturita. Appartengono alla rete dei centri antiviolenza anche sportelli di ascolto del disagio maschile, aperti h24. L’autore della violenza viene dapprima coinvolto in un colloquio di orientamento per cercare di far emergere la consapevolezza dell’accaduto e del danno arrecato. In una fase successiva, dovendo talvolta essere necessari più colloqui, l’uomo viene inserito in gruppi specifici sulla violenza.

Il lavoro che viene praticato è di carattere culturale in quanto occorre operare su quei codici millenari che l’uomo porta con sé e che possono indurlo ad apparire forte ed incapace di manifestare sentimenti: è un lavoro sugli stereotipi, occorre gestire i conflitti al fine di far acquisire all’autore della violenza la consapevolezza di voler migliorare la propria esistenza e di avere migliori relazioni, spegnendo la rabbia profonda che spesso caratterizza queste persone.

Il lavoro di riconoscimento di sé stessi, al fine di riconoscere la vittima, prevede una fase di verifica semestrale del percorso svolto.


I doveri dell’avvocato

L’avvocato che difende una donna vittima di violenza deve informarla dell’esistenza dei centri antiviolenza e dei servizi attivati sul territorio, sollecitando alla donna una narrazione completa al fine di individuare la rete relazionale personale della donna, con riferimento ai familiari, agli amici , alle persone che la donna frequenta: si tratta di informazioni essenziali da utilizzare in Tribunale per la costruzione della difesa della donna ma anche di strumenti utili che possono essere forniti al giudice per pronunciarsi rispetto a situazioni quali l’affido dei figli minori, i tempi di visita parentale, l’assegno di mantenimento. Qualora la donna sia assistita da un avvocato penalista e da un civilista, occorre che i due professionisti collaborino assiduamente al fine di costruire una visione articolata e connessa della vicenda.


I profili deontologici

L’avvocato che assiste una donna vittima di violenza ha diversi doveri che sono rinvenibili comunque nel Codice Deontologico.

  1. dovere di competenza di cui agli artt- 9 – 14- 15 e 26 del Codice Deontologico. Accettare un incarico professionale vuol dire non solo conoscere gli aspetti tecnico giuridici connessi alla vicenda da trattare ma anche consapevolezza di trattare con la persona al fine di costruire con lei un rapporto di fiducia: si tratta infatti di difendere donne sole il cui unico contatto con l’esterno è dato dalla figura dell’avvocato. Quest’ultimo deve mantenere un approccio di indipendenza, accogliendo la donna ascoltandola e, dall’ascolto, trarre le decisioni utili alla causa non solo sul piano giuridico ma anche su quello psicologico e della gestione del rapporto con i figli; occorrerà pertanto cogliere opportunamente le modalità di redazione della denuncia, al fine di evitare conseguenze che, riverberandosi sull’agente, a cascata potrebbero comunque avere risvolti negati anche sulla famiglia e sui figli;

  2. dovere di informazione. L’avvocato dovrà informare la donna della possibilità di accedere al fondo di solidarietà ed al patrocinio a spese dello Stato, fornendo ogni ulteriore notizia in relazione a tutte le fasi del procedimento e del processo e stando vicino alla propria assistita in tutte le fasi del procedimento, mantenendo comunque la propria indipendenza.

  3. competenza. L’avvocato ha il dovere di informare costantemente la donna, con particolare riferimento all’obbligo di dire la verità nel processo dal momento che la donna vittima di violenza nel processo è testimone ed ha l’obbligo di dire la verità. Un’attenzione diversa riguarda il caso delle donne vittima div violenza che siano anche madri: in questo caso la donna deve essere aiutata a prendere ogni decisione nell’interesse dei figli, informandola del percorso che dovrà seguire.

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