I reati sulla violenza di genere

Dalla formulazione del Codice “Rocco” del 1930 ad oggi la materia dei reati sulla violenza di genere ha subito importanti innovazioni normative che sono il frutto della mutata sensibilità sociale con la quale i fenomeni, ora riconducibili nella forma più avanzata alla c.d. violenza di genere, sono stati considerati nella percezione della società.

Va anche detto che i vari interventi legislativi sono stati finalizzati all’esigenza di colmare dei vuoti normativi derivanti dalla verificazione di situazioni comportamentali ritenute penalmente rilevanti ma che non era possibile sussumere sotto le fattispecie penali già in vigore. Non da ultimo, oltre all’evoluzione dei fenomeni criminali, non va sottaciuto anche il mutamento delle relazioni famigliari al quale il sistema di norme penali ha dovuto conformarsi.

Basti semplicemente considerare, a tale riguardo, come si sia passati dalla concezione della famiglia quale “istituto fondato sul matrimonio” ad un’accezione di famiglia in senso ampio che comprende nel novero le convivenze di fatto, anche tra persone dello stesso sesso, non più legate quindi dal rapporto matrimoniale.

La mutata percezione del contesto sociale, e quindi l’implementazione degli interventi normativi in ambito penale a tutela di persone offese che, nelle fattispecie considerate, sono riconosciute come fasce deboli, ha portato anche la stessa amministrazione della giustizia a prevedere, con riferimento alle Procure della Repubblica di medie e grandi dimensioni, l’istituzione di gruppi investigativi per le fasce deboli, costituiti da pubblici ministeri e personale di polizia giudiziaria dotati di specifica formazione.


Il primo reato connesso alla violenza di genere è il reato di maltrattamenti verso familiari o conviventi normato dall’art. 572 del Codice Penale.

Oggi la fattispecie in oggetto è rubricata “reati contro familiari e conviventi” e non più come prima “maltrattamenti verso i fanciulli”[1]

Recita la norma:


Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia[2] o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni [3]

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

La pena per l’ipotesi base del reato è stata elevata da 1 a 5 anni all’attuale assetto compreso tra i 2 e i 6 anni per effetto della legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote[4]. Secondariamente la legge di ratifica della Convenzione ha raddoppiato i tempi di prescrizione del reato modificando anche significativamente le modalità di svolgimento delle indagini preliminari. Infatti ora sono previsti:

a) l’acquisizione della testimonianza in forma protetta della persona offesa;

b) obblighi di informativa a favore della persona offesa, quale la notifica alla medesima dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415 bis C.p.p.;

c) nel caso di applicazione di misura meno afflittiva della misura cautelare, l’obbligo di avvisare la persona offesa cui va notificata sia l’istanza di revoca o di modifica della misura cautelare sia il relativo provvedimento finale[5];

d) l’estensione del beneficio del gratuito patrocinio anche oltre i limiti di legge;

e) l’arresto obbligatorio in flagranza di reato.

La problematica della flagranza nei maltrattamenti non appare secondaria ai fini della relativa contestazione e delle conseguenti tecniche investigative da applicare.

La flagranza va interpretata come ultimo segmento di una condotta e deve pertanto essere verificata la puntualità della condotta. In questi casi, posto che è la polizia giudiziaria ad effettuare l’arresto e che il pubblico ministero deve valutare se chiederne al Giudice per le indagini preliminari la convalida o meno, è senza dubbio preminente il ruolo della polizia giudiziaria che agisce sul campo.

A quel punto per il pubblico ministero può risultare più semplice contestare la minaccia aggravata o le lesioni al fine di disporre l’allontanamento della persona violenta dalla casa familiare ed audire la persona offesa per contestare eventualmente il reato in oggetto. A tale riguardo, la prova dichiarativa della persona offesa dovrà essere acquisita non nell’immediatezza del fatto ma, successivamente, e quindi con tutta clama in modo da consentire alla persona offesa di cristallizzare il vissuto, in un contesto temporalmente distante dalla concitazione dell’evento.

Il reato in oggetto è una fattispecie abituale ed a forma libera che si consuma mediante comportamenti commissivi od omissivi ed in ogni caso mediante la reiterazione di atti penalmente rilevanti in quanto segmenti che integrino la condotta penale[6].

La verifica dell’elemento soggettivo riveste assai maggiore importanza rispetto al numero degli episodi di maltrattamenti. Le Procure della Repubblica ricevono un numero elevatissimo di denunce di questo reato e quindi ciò comporta l’esigenza di adottare canoni investigativi appropriati per discernere tra i casi la cui rilevanza sia tale da disporre il giudizio immediato ed i casi, non molti, nei quali viceversa, chiedere l’archiviazione.

Ciò accade poiché molto spesso la denuncia del fatto è un atto che si colloca in un momento di forte conflittualità nella vita di coppa: è quindi bene sentire la persona offesa per avere un quadro informativo adeguato; se la situazione appare inerte, diviene opportuno accantonare temporaneamente la denuncia per verificare lo sviluppo della situazione nella coppia; qualora, decorso qualche mese, il quadro di vita della coppia non sia mutato, il pubblico ministero disporrà degli elementi per chiedere il giudizio immediato, viceversa potrà derubricare il fatto di reato o chiedere l’archiviazione. Il periodo di monitoraggio della situazione, sotto il profilo della tecnica investigativa, non trascorre invano in quanto il pubblico ministero, nel frattempo, potrà acquisire informazioni sul presunto autore del reato, attingendo dalle banche dati delle forze dell’ordine, oppure chiedendo informazioni ai servizi sociali, ad amici od a colleghi dell’interessato, in modo da disporre di un quadro compiuto dell’indagato.

Va detto che i maltrattamenti veramente gravi sono quelli che vengono denunciati con minore facilità e possono emergere magari dopo molto tempo quando la persona offesa si decida a riferire anni di vessazioni subite; spesso le persone che vengono picchiate in casa si rivolgono ad ospedali diversi in modo da evitare che la presentazione allo stesso nosocomio faccia scattare una immediata denuncia alla polizia giudiziaria; altre volte tali persone presentato l’accaduto in ospedale come casi di cadute od incidenti domestici, seppure con lesioni importanti.

Spesso gli autori di questo reato sono anche persone che hanno problemi di dipendenza dall’alcool o da sostanze stupefacenti, oppure sono affetti da ludopatie: in tali casi può essere utile disporre gli arresti domiciliari presso case di cura in modo che l’applicazione della misura cautelare si affianchi anche ad un percorso di recupero della persona che elida il rischio di una recidiva.

Il confine tra il reato di maltrattamenti verso familiari e conviventi e quello di abuso di mezzi di correzione (ex art. 571 C.p.) è stato affrontato dalla Suprema Corte[7] che ha affermato, sul punto, che l’uso sistematico della violenza anche se sostenuto da animus corrigendi non rientra nel reato di abuso di mezzi di correzione ma in quello di maltrattamenti verso familiari o conviventi

Il confine tra il reato di maltrattamenti verso familiari e conviventi e quello di riduzione in schiavitù è stato affrontato dalla Suprema Corte[8] che ha affermato, sul punto che la differenza tra le due fattispecie è data dall’abitualità della sofferenza morale e materiale che sia realizza in capo alla persona offesa. Nel reato di riduzione in schiavitù la persona offesa viene sfruttata ai fini personali ed economici del reo.

Il reato di riduzione in schiavitù è di competenza distrettuale.

La competenza, nel caso in cui il soggetto attivo del reato sia un minorenne è stata definita già in un primo intervento della Suprema Corte[9] che ha individuato competente il Tribunale per i Minorenni nel caso in cui il reato sia stato commesso da un soggetto minore di età e la competenza del Tribunale ordinario allorchè la condotta criminosa , iniziata quando l’agente era minorenne, si sia completata quando egli è diventato maggiorenne.

L’art. 572 C.p. presenta un ambito di applicazione estremamente ampio e non limitato al contesto endofamiliare. Infatti esso trova anche applicazione con riferimento a condotte criminose perpetrate contro le fasce deboli in scuole materne, case di riposo o comunità di lavoro: vale a dire in ambiti dove si possono trovare soggetti che per le condizioni fisiche o di età sono soggetti deboli e pertanto facilmente esposti a questo genere di violenze. In questi casi l’acquisizione della prova è molto delicata e l’unico strumento appropriato è senza dubbio l’intercettazione ambientale. Sul piano metodologico, occorre che chi intenda sporgere denuncia si affidi all’avvocato ed al pubblico ministero, evitando che il confronto con altri soggetti possa contaminare la discovery probatoria.


Altro reato connesso alla violenza di genere è il reato di violenza sessuale ex art. 609 bis C.p[10].

Recita la norma:


Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità[11] costringe taluno a compiere o subire atti sessuali[12] è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali[13]: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto[14]; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona[15]. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi[16].

Il concetto di violenza sessuale[17] è inteso dalla giurisprudenza in senso ampio: significativa è per l’appunto la sentenza sul c.d. “bacio rubato” che ritiene che esso integri il reato di violenza sessuale in quanto costituisce violenza sessuale ogni atto che offende la libertà di autodeterminazione sessuale della persona offesa, a prescindere dalla natura dell’atto.

Vi sono problemi interpretativi che riguardano, specificamente, il secondo comma dell’art. 609 bis in relazione all’equiparazione alla violenza sessuale tradizionale del comportamento di chi induca taluno a compiere atti sessuali abusando della condizione di inferiorità psico-fisica della persona al momento del fatto.

Non occorre una certificazione medica che attesti la sussistenza dell’inferiorità psico-fisica della vittima ma occorre, ai fini della rilevanza della fattispecie, una valutazione di riconoscibilità della situazione di inferiorità manifestatasi. La persona offesa potrebbe infatti essere in una situazione di inferiorità psico-fisica nel caso in cui abbia abusato di sostanze alcooliche o di stupefacenti, o sia in una condizione di privazione psicologica che ne limiti pertanto la libera volizione.

Il reato è procedibile a querela della persona offesa nel termine più lungo di 6 mesi e una volta proposta la querela diviene irrevocabile. La procedibilità è invece d’ufficio qualora il reato sia stato commesso nei confronti di persone minori degli anni 18° nel caso di maltrattamento connesso a reato procedibile d’ufficio.

Spesso gli abusi si verificano in un ambito familiare e si rivelano tardivamente, a distanza di anni dall’accaduto; è difficile procedere in questi casi poiché tutto si basa sulla sola prova dichiarativa della vittima, mancando intercettazioni od altre prove. L’accusa può procedere in questi casi solo in presenza di alcuni indicatori di verificabilità:

a) la genesi della rivelazione tardiva, in quanto non c’è astio nel contesto familiare;

b) la rivelazione tardiva ha sempre una spiegazione ( chi ha subito ad esempio violenza in giovane età da un familiare e ora, di fronte al rischio che il membro più piccolo della famiglia possa subire le medesime violenze si decide a rivelare l’accaduto ed il suo vissuto);

c) l’ acquisizione di competenze in ambito sessuale (chi ha subito violenza in giovane età credendo che si trattasse di forme di gioco, crescendo acquisisce la necessaria consapevolezza della natura degli atti subiti);

d) la valutazione psicodiagnostica accurata con incidente probatorio per verificare l’assenza di patologie nella memoria;

In ogni caso la valutazione e la scrematura delle denunce deve essere effettuata da personale di polizia giudiziaria estremamente specializzato.


Il terzo reato connesso alla violenza di genere è il reato di atti persecutori ex art. 612 bis c.p. che può anche essere visto come il primo gradino, molto spesso, di una progressione criminale che si spinge alle lesioni volontarie sino, nei casi estremi, all’omicidio, con un’escalation da atti innocui ad atti sempre più gravi.


Recita la norma:


Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d'ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d'ufficio [18].

Nei casi estremi appare opportuno al pubblico ministero contestare il reato di atti persecutori in quanto esso unifica in un’unica fattispecie criminosa un insieme di comportamenti frammentati che prima erano privi di rilevanza penale, ovvero condotte che da sole non integrano il reato ma se sussunte sotto un unico disegno criminoso possono apparire inquietanti.

Si tratta di un reato abituale che richiede la reiterazione di condotte assillanti di minaccia o molestia, di condotte che devono determinare uno degli stadi pregiudizievoli della condotta stessa,

La Suprema Corte individua, a fini della configurazione del reato, in due il numero minimo degli episodi di molestia; si tratta di un approccio forse eccessivo. In ogni caso si deve trattare di condotte che portano ad un accumulo di disagio, di frustrazione psicologica per la vittima nonché di durata per lo stato di paura. Non è necessaria alcuna attestazione medica che comprovi lo stato di ansia o di paura: occorre invece la prova di un pregiudizio alla serenità ed all’equilibrio della quotidianità, in ogni caso rimesse alla soggettività della vittima dal momento che ognuno reagisce diversamente.

Il reato deve portare la vittima a cambiare abitudini di vita (cambio del numero di telefono, cambio di abitudini sociali, cambio dei mezzi di locomozione).

La vittima:

a) deve tenere un diario preciso dei singoli episodi persecutori affinchè essi abbiano uno spessore concreto nella formulazione della denuncia;

b) non deve rispondere ai messaggi ricevuti per non dare adito all’agente di continuare;

c) deve farsi rilasciare un certificato medico per le lesioni anche minime, in quanto esso è l’unico dato proveniente da un soggetto terzo che offra un riscontro sull’entità delle lesioni.

Ricevuta la denuncia, potrà essere applicata all’autore del reato la misura del divieto di allontanamento dalla persona offesa : si tratta di una misura efficace che può offrire un senso di tranquillità alla vittima.

Ai fini del perfezionamento della fattispecie in oggetto è richiesto il dolo generico inteso come coscienza e volontà di realizzare condotte assillanti; il reato si consuma con il verificarsi di una delle conseguenze alternative.

In ordine alla procedibilità del reato, il legislatore era diviso in ordine alla possibilità di ammettere la procedibilità d’ufficio; è stata adottata la soluzione della rimessione processuale della querela che, tuttavia, non necessariamente avviene in sede processuale vera e propria, ma può avvenire anche davanti ad un ufficiale di polizia giudiziaria in sede di indagini preliminari, con il rischio concreto di snaturare l’esigenza di consapevolezza della decisione assunta.

In ogni caso il reato è procedibile d’ufficio:

a) se la vittima sia un minore o un soggetto portatore di disabilità;

b) se il reato è connesso a quello di maltrattamenti;

c) se il soggetto sia già stato ammonito.

L’ammonimento avrebbe dovuto dissuadere lo stalker ma si è rivelato di fatto inefficace; oltre alla misura dell’ammonimento è prevista anche l’applicazione della misura del ritiro delle armi, ove legalmente detenute dallo stalker, al fine di prevenire minacce od aggressioni verso la donna.

L’acquisizione della prova può avvenire mediante l’uso delle intercettazioni che possono essere disposte anche al di fuori dei limiti ordinari di pena, posto che il reato molto spesso si verifica a mezzo del telefono.

Costituiscono aggravanti della condotta:

a) la sussistenza di rapporti di vicinanza con la vittima o l’essere stato convivente della vittima;

b) l’aver commesso il reato con l’utilizzo di strumenti informatici o telematici;

c) l’aver commesso il reato verso persone minori di età, donne in stato di gravidanza, disabili;

d) l’aver commesso il reato per motivi razziali o religiosi, e quindi con finalità di discriminazione.

Sul piano pratico, ai fini investigativi e processuali, si evidenziano le seguenti misure:

a) la vittima può essere audita con modalità protette anche in dibattimento;

b) la procura deve comunicare al Tribunale per i Minorenni eventuali misure adottate a favore dei soggetti minori coinvolti nel reato;

c) l’avviso di conclusione delle indagini preliminari deve essere notificato anche alla persona offesa per consentirle di interloquire con il pubblico ministero al fine di contrastare la versione fornita dall’indagato;

d) vi è una priorità nella formazione dei ruoli di udienza ai fini della trattazione di questa tipologia di procedimenti;

e) la persona offesa ha diritto di essere avvisata della formulazione di richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero, anche qualora nella formulazione della denuncia non abbia avanzato tale richiesta;

f) il termine per proporre opposizione alla richiesta di archiviazione è di 20 giorni e non di 10;

g) la persona offesa può accedere al beneficio del gratuito patrocinio a prescindere dai limiti di reddito comunemente vigenti.


Altro reato connesso alla violenza di genere è l’omicidio (art. 575 C.p.).

La norma recita:


Chiunque cagiona la morte[19] di un uomo[20] è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.

Come detto sopra, l’omicidio può rappresentare l’epilogo di un’escalation di minacce e molestie che, passando attraverso la fase intermedia delle lesioni personali e delle percosse, può portare per l’appunto allo stadio più elevato delle condotte proprie della violenza di genere. L’ordinamento italiano non conosce la fattispecie di femminicidio, ovvero dell’omicidio di una donna da parte di un uomo per ragioni di genere.

L’omicidio può presentare ipotesi aggravanti

a) se è connesso al reato ex art. 572 C.p.

b) se è connesso ai reati contro la libertà personale;

c) se è connesso al reato di atti persecutori.


Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 C.p.) può essere sussunto tra i reati sulla violenza di genere.

La norma recita:


Chiunque, abbandonando il domicilio domestico[21], o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie[22] , si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale[23] o alla qualità di coniuge [143, 146], è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1032 euro. Le dette pene si applicano congiuntamente a chi: 1) malversa[24] (o dilapida i beni del figlio minore [2] o del coniuge; 2) fa mancare i mezzi di sussistenza[25] ai discendenti [540; 75] di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti [540; 75] o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa. Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma. Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un'altra disposizione di legge[26].

Si esercita infatti una forma di violenza economica nella misura in ui si neghi, si limiti, si inibisca l’accesso alle finanze familiari, si inibisca alla donna l’accesso ai mezzi finanziari, ovvero ci si appropri dei proventi derivanti dal suo lavoro.

La fattispecie penale sanziona chi lasci il nucleo familiare in condizioni di abbandono materiale, privando la famiglia dei mezzi di sussistenza. Non si tratta di abbandono del tetto coniugale.

La norma trae origine in un contesto di relazione familiare in cui era rilevante la liceità del trasferimento fuori casa del marito per esigenze di lavoro ma (nel 1933) non il trasferimento della moglie.

L’evoluzione dei costumi e delle relazioni familiari delinea ora una fattispecie aperta a comportamento non tipizzato.

L’applicazione della norma ha trovato in passato difficoltà interpretative da parte dei Tribunali ordinari: questi infatti hanno letto la norma spesso in modo semplicistico ritenendo che se l’obbligato aveva corrisposto l’assegno di mantenimento, avrebbe dovuto essere esclusa la rilevanza penale della sua condotta. In realtà gli obblighi non si limitano al solo versamento dell’assegno di mantenimento dal momento che se l’obbligato è adempiente sotto tale profilo, potrebbe benissimo non esserlo sotto il profilo del contributo al pagamento delle c.d. spese straordinarie, di tal che la condotta omissiva dovrebbe comunque rivestire rilevanza penale.

L’art. 12 sexies della legge 898/1970 (legge istitutiva del divorzio), peraltro introdotto nel 1987, richiama l’art. 570 C.p. ai fini della pena: si tratta di una visione semplicistica, frutto del fatto che spesso le fattispecie normative sono introdotte a spot e senza una visione d’insieme, in quanto non si indaga sul fatto se la controparte avesse o meno i mezzi di sussistenza.

Sulla nozione di “mezzi di sussistenza” i giudici danno letture più o meno ampie: comunemente per mezzi di sussistenza si intendono il vitto, l’alloggio, le spese mediche e l’abbigliamento.

L’obbligato potrebbe difendersi dalla contestazione del reato in oggetto sostenendo di essere disoccupato e pertanto non in grado di fornire i mezzi di sussistenza: la giurisprudenza tuttavia impone al reo di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per trovare un altro lavoro. La prova spetta a chi si difende che dovrà dimostrare la propria incapienza per ragioni oggettive e non soggettive.

Il momento consumativo del reato ha carattere periodico in quanto si tratta di una violazione degli obblighi da--- a--.

Nel caso in cui penda il ricorso per separazione è possibile, mediante autonomo ricorso chiedere al giudice di autorizzare il versamento diretto dell’assegno, notificando il ricorso e l’ordinanza di assegnazione somme anche al datore di lavoro, senza attendere la definizione della causa di separazione.

il reato è procedibile a querela di parte e la garanzia di pagamento si estende anche a favore dei figli nati fuori dal matrimonio.


Il cyberbullismo e le nuove forme di violenza via web

Secondo i dati dell’indagine “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi”, le ragazze sono più di frequente vittime di cyberbullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi). La maggior propensione delle ragazze/adolescenti a utilizzare il telefono cellulare e a connettersi a Internet probabilmente le espone di più ai rischi della rete e dei nuovi strumenti di comunicazione. La fascia più colpita è quella degli 11-13 anni: circa il 7% dichiara di essere stato vittima una o più volte al mese di prepotenze tramite cellulare o Internet mentre la quota scende al 5,2% se la vittima ha un’età compresa tra 14 e 17 anni.

In tutto questo qual è l’atteggiamento della famiglia? Secondo l’indagine di Telefono Azzurro, il 56% dei genitori parla in famiglia dei rischi che si possono correre online, il 12% opta per il controllo sui contenuti fruiti dal figlio e il 10% ritiene che il figlio possa cavarsela da solo, in quanto già esperto delle nuove tecnologie. Sempre Telefono Azzurro, nell’ambito del progetto Play Tech realizzato con Google, chiariva che un genitore su cinque conosce poco o niente delle attività dei figli nel mondo virtuale’.

Molti esperti, in virtù di questi dati, esortano l’adozione di politiche di prevenzione piuttosto che di controllo; anche nell’ambito della prevenzione, bisogna elaborare strategie mirate, tenendo per esempio conto di come gli utenti (maschi/femmine) utilizzano la rete in modo differente.

Gli effetti del cyberbullismo non si esauriscono nella Rete. Secondo l’indagine “I ragazzi e il cyber bullismo” , ne risentono il rendimento scolastico (38%, che sale al 43% nel nord-ovest), la volontà di aggregazione della vittima (65%, con picchi del 70% nelle ragazzine tra i 12 e i 14 anni e al centro), senza dimenticare le conseguenze psicologiche come la depressione (57%, percentuale che sale al 63% nelle ragazze tra i 15 e i 17 anni, mentre si abbassa al 51% nel nord-est).

Gli studi più recenti sul tema correlano il cyberbullismo con i fenomeni di mobbing che si verificano nei luoghi di lavoro. Le vittime che hanno subito episodi di bullismo o cyberbullismo a scuola sono poi spesso prese di mira anche sui luoghi di lavoro. Anche i “carnefici” rimangono gli stessi: chi mette in pratica cyberbullismo nel contesto scolastico, poi attua spesso queste dinamiche nella professione. Per comprendere la portata di questo fenomeno, è comunque importante ricordare che cyberbullismo e bullismo non possono essere considerati fenomeni separati.

Il cyberbullismo si concretizza specificamente nelle seguenti condotte:

a) hacking (intaccare): accesso abusivo al sistema informatico;

b) violazione di corrispondenza;

c) trattamento illecito di informazioni personali;

d) furto di identità;

e) estorsione intesa come minaccia di comunicare informazioni che il soggetto attivo ha del soggetto passivo (ad esempio di carattere personale), diffondendo in rete foto di persone in atteggiamenti erotici o a corpo nudo;

f) molestie di adulti verso i minori;

g) molestie da minori verso altri minori.

Non esiste un reato di cyberbullismo o di bullismo che si può definire come l’aggressione fisica e verbale reiterata nel tempo contro un altro soggetto. Il cyberbullismo è una tipica condotta di bullismo che viene perpetrata attraverso i dispositivi elettronici.

Vi sono attualmente depositate in Parlamento 8 disegni di legge che vorrebbero disciplinare il fenomeno anche sotto il profilo sanzionatorio. Recentemente il Senato della Repubblica ha approvato il disegno di legge “Ferrara e altri” rubricato «Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo».

Il testo in aula è stato appoggiato da tutti i gruppi parlamentari. Il ddl definisce il fenomeno del cyberbullismo come un atteggiamento in cui si possono configurare casi di stalking, minacce, diffamazione o molestie, reati perseguibili penalmente. Il ddl prevede la rimozione dei contenuti offensivi da parte dei gestori (l’indicazione potrà arrivare direttamente dagli utenti dai 14 anni in su) e in caso contrario la segnalazione al Garante della privacy. E prevista inoltre una «procedura di ammonimento» in caso di reati compiuti da utenti sotto i 14 anni (il questore convoca il minore con un genitore). È previsto un referente per ogni autonomia scolastica, formazione continua del personale docente, educazione continua degli studenti, risorse per la formazione della polizia postale, un tavolo interministeriale permanente e un marchio di qualità da riconoscere ai fornitori di servizi di comunicazione che aderiscono a progetti contro il cyberbullismo.

[1] Sia il testo sia la rubrica dell'articolo sono stati modificati dall'art. 4, della l. 1 ottobre 2012, n. 172. In precedenza tale disposizione recita: "Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli.

[2] Il concetto di persona della famiglia tradizionalmente veniva circoscritto ai coniugi, consanguinei, affini, adottati e adottanti, ora invece si propende per un'interpretazione estensiva in cui rientrano dunque i soggetti legati da qualsiasi rapporto di parentela, nonchè i domestici, a patto che vi sia convivenza. Si tratta di un requisito importante che comporta quindi l'ammissibilità della fattispecie in esame anche nei confronti del convivente more uxorio.

[3] Si tratta di un'ipotesi di delitto aggravato dall'evento lesione, evento che non deve però essere voluto, se così fosse infatti il reo risponderebbe di lesioni ex art. 583.

[4] Convenzione di Lanzarote, siglata il 25 ottobre 2007 – che si prefigge quale obiettivo la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale – è stata ratificata dall’Italia con la l. 1.10.2012, n. 172 .

[5] Sul punto una recente sentenza della Suprema Corte (Cass.. 10959/2016) in relazione alla previsione di avviso alla persona offesa della richiesta di archiviazione per i delitti commessi con violenza sulle persone, ha affermato che la violenza è un concetto ampio e che pertanto esso non si limita alla sola violenza fisica.

[6] Cass. 22850/2007 ha rimarcato la necessità dell’unitarietà del dolo in quanto deve emergere la volontà del soggetto agente di voler sottoporre la persona offesa a sopraffazioni costanti ed abituali. Secondo la Suprema Corte, ai fini della consumazione del reato basterebbe il verificarsi di due episodi. In realtà prevale l’orientamento e la prassi delle procure di non ritenere sufficienti due singoli episodi ai fini della contestazione del reato ed in ogni caso è rilevante la verifica dell’elemento soggettivo dell’agente ossia il voler sottoporre la vittima ad una vessazione sistematica.

[7] Cass. 53425/2014

[8] Cass. 44117/2014

[9] Cass. 8886/2016

[10] Il presente articolo è stato aggiunto dalla l. 15 febbraio 1996, n. 66.

[11] Viene considerato presupposto necessario di tale delitto che l'atto sessuale sia associato al costringimento del soggetto passivo che può aversi tramite violenza fisica sulla persona o sulle cose, minaccia, intesa come violenza morale, e abuso di autorità, tanto di pubblica autorità (ad es. nei confronti di un soggetto detenuto), tanto di autorità privata (ad es. tra datore di lavoro e lavoratore)

[12] Si tratta di atti espressione di un appetito o di un desiderio sessuale, che quindi riguardano zone erogene differenti, idonei al contempo ad invadere la sfera sessuale del soggetto passivo mediante costringimento. Vi rientrano dunque diverse tipologie di atti, dal momento che il legislatore ha adottato una definizione onnicomprensiva, sostitutiva di quella vigente in precedenza e che era incentrata sulla distinzione tra congiunzione carnale (intesa come qualsiasi forma di compenetrazione corporale che consenta il coito o un equivalente abnorme di esso), ed atti di libidine violenti (intesi come ogni forma di contatto corporeo diversa dalla penetrazione, che, per le modalità con cui si svolge, costituisca inequivoca manifestazione di ebbrezza sessuale).

[13] Il comma secondo comprende due ipotesi di violenza sessuale mediante induzione cioè posta in essere non mediante azione diretta sulla persona offesa, ma secondo modalità specificamente descritte idonee a suggestionare la volontà della vittima, che sostituiscono l'abrogato delitto di violenza carnale presunta ex rat. 519, comma secondo.

[14] La condizione di inferiorità deve sussistere al momento dell'atto sessuale e si riferisce non solo alla condizione di minorazione o deficienza dovuta a patologie organiche o funzionali, ma anche alla situazione di carenze affettive e familiari.

[15] Il riferimento non è tanto alla sostituzione fisica quanto alla falsa attribuzione di generalità, status, qualifica e qualità personali (come ad esempio nel caso di soggetto che si finge medico).

[16] E' circostanza attenuante ad effetto speciale ex art. 63 che ricorre quando, con riferimento ai mezzi, alle modalità, alle circostanze dell'azione, si ritiene che la libertà personale o sessuale della vittima sia stata compressa in maniera meno grave.

[17] Cass. 5768/2014

[18] Articolo aggiunto dall’art. 7, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 23 aprile 2009, n. 38. Vedi, anche, gli articoli 8, 11 e 12 dello stesso decreto.

[19] Si tratta di un reato a forma libera, quindi che può essere commesso attraverso differenti modalità. Ciò porta a considerare che può realizzarsi omicidio anche per omissione, qualora preesista a carico dell'agente un obbligo giuridico di impedire l'evento come ad esempio nel caso in cui un madre lascia il figlio neonato morire di stenti. Si ricordi poi la particolare categoria degli omicidi cosiddetti indiretti, che si realizzano qualora il soggetto attivo causi intenzionalmente la morte attraverso una condotta che in realtà integrerebbe n altro reato, come nel caso di contagio da malattie letali.

[20] (2) Si ricordi che si parla di uomo a partire dal distacco del feto dall'utero materno, anche se non è avvenuta l'espulsione definitiva dal corpo della madre. no rilevano ovviamente e condizioni di corpo, di mente, la nazionalità o la razza della vittima, ma solamente che sia vivo, diversamente infatti il reato sarebbe altrimenti impossibile (v. art. 49). Ciò non significa che si richieda anche la vitalità ovvero che il soggetto sia in grado di vivere a lungo, viene infatti considerato responsabile di omicidio anche chi cagiona la morte di un uomo agonizzante

[21] Il domicilio domestico è qui inteso in una dimensione più ampia rispetto a quella prospettata dal codice civile, in quanto viene identificata con la sede abituale del nucleo familiare. Tale domicilio, affinchè possa dirsi integrato il reato, deve essere abbandonato senza giustificato motivo. Si ricordi infatti che il diritto di famiglia consente l'allontanamento dalla residenza familiare, ad esempio quando sia stata proposta domanda di separazione o di annullamento o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimoni.

[22] Si tratta di una formula generica e per questo ambigua sotto il profilo della costituzionalità. La dottrina prevalente ritiene dunque che la norma si riferisca ad una serie di obblighi giuridici, quindi non morali o religiosi, che trovano la propria fonte nel codice civile. La giurisprudenza dal canto suo ritiene che il riferimento sia ai casi di incesto che non hanno causato pubblico scandalo, il concubinato, l'adulterio, e cioè quei fatti che, seppure immorali, non costituiscono reato

[23] Il riferimento alla responsabilità genitoriale, che è andata a sostituire quello di potestà, è stato inserito dall'art. 93, comma 1, lett. o), del d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154

[24] Mentre la malversazione si concreta in una serie di atti che comportano l'appropriazione del bene altrui, se infatti si trattasse di un solo atto sarebbe scriminato ex art. 649.

[25] Riferendosi i mezzi di sussistenza ad un concetto più ampio dei soli alimenti, è richiesto dalla norma quindi che il beneficiario versi in uno stato di bisogno per cui non possiede il necessario per vivere.

[26] Si pensi ad esempio al caso in cui vi è abbandono di minore o di persona incapace, condotta che integra il reato di cui all'art. 591.

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