I procedimenti sulla responsabilità genitoriale

La natura della violenza contro le donne appare il prodotto di un clima culturale e atavico che relega la donna ad una condizione di marginalità e subordinazione. In particolare vi è la tendenza a rappresentare la donna vittima di violenza come inadeguata a riscattarsi un dopo l’esperienza subita.

Per contro, la visione predominante dell’uomo che perpetra la violenza è quella di un individuo in preda a raptus incontrollabili e tale da non saper fronteggiare l’eventuale abbandono da parte della donna, come spesso si legge dalle pagine della cronaca nera in relazione ai casi sempre più frequenti di femminicidi o di forme estreme di violenza.

In realtà, il comportamento dell’uomo autore della violenza è riconducibile non tanto a raptus ma ad una volontà di possesso e/o di annientamento nei confronti della donna, quale forma di reazione all’abbandono subito.

Non si tratta di incapacità della donna che subisce violenza nel non sapersi riscattare dall’esperienza subita; al contrario appartiene al processo fisiologico delle donne che si emancipano dalla violenza avere dei dubbi, delle incertezze, delle paure per sé e per i propri figli, paure spesso connaturate alla reazione da parte dell’uomo, oltre all’inevitabile consapevolezza della difficoltà ad avere un’indipendenza economica. A tutto questo si aggiunge lo stress derivante dal dover sporgere una denuncia per la violenza subita, nel dover fronteggiare con i tempi della giustizia, un processo lungo e costoso.

Questa premessa appare doverosa al fine di introdurre il sistema degli istituti di protezione ed i procedimenti sulla responsabilità genitoriale che non si prefiggono l’obiettivo in sé di tutelare la donna vittima di violenza ma di proteggere i figli oggetto della violenza, diretta o assistita.

Gli istituti che involgono la responsabilità genitoriale sono normati dagli artt. 330 e 333 del Codice Civile.

L’art. 330 decadenza dalla potestà sui figli dispone che il giudice possa pronunciare la decadenza dalla potestà genitoriale qualora il genitore violi o trascuri i doveri ad essa inerenti, o abusi dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. In tal caso, per gravi motivi il giudice può disporre l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare, ovvero l’allontanamento del genitore o del convivente che abusi o maltratti il minore.

Il genitore decaduto dalla potestà sui figli potrà vedere e frequentare i figli ma solo alla presenza di educatori e/o assistenti sociali e comunque in luogo protetto e con le modalità previste dal giudice stesso fermo restando che il giudice può sempre disporre l’obbligo a carico del genitore decaduto di corrispondere un assegno di mantenimento a favore dei figli.

L’art. 333 condotta del genitore pregiudizievole ai figli dispone che quando la condotta di uno dei genitori o di entrambi i genitori non sia tale da dare luogo alla pronuncia di decadenza prevista dall’art. 330 C.c. , ma appaia comunque pregiudizievole al figlio, il giudice secondo le circostanze può adottare i provvedimenti convenienti e può anche disporre il suo allontanamento dalla residenza familiare, ovvero l’allontanamento del genitore o del convivente che maltratta o abusa del minore.

Trattandosi di un’azione che dispiega un effetto ablativo ed in ogni caso una limitazione della responsabilità genitoriale, il giudice dovrà svolgere un’istruttoria approfondita.

I provvedimenti di cui agli artt. 330 e 33 C.c. conseguono ad un ricorso dell’altro genitore, dei parenti o del pubblico ministero e, ove si tratti di revocare deliberazioni anteriori, anche del genitore interessato. Il Tribunale provvede in camera di consiglio, assunte le opportune informazioni e sentito il Pubblico Ministero, ed il genitore nei cui confronti il provvedimento è richiesto ha il diritto di essere sentito.

In caso di urgente necessità, il provvedimento può anche essere adottato anche d’ufficio; la competenza relativa alla trattazione dei procedimenti di cui agli artt. 330 e 333 è stata modificata dalla legge 219/2012[1] che ha riformulato l’art. 38 delle Disp. di attuazione del Codice di Procedura Civile prevedendo che la competenza relativa ai procedimenti in oggetto sia attratta dal Tribunale ordinario se è già pendente avanti a questo una causa di separazione, di divorzio o di filiazione per i figli nati fuori dal matrimonio.

Viceversa, in difetto di pendenza di una di queste azioni, la competenza è radicata avanti al Tribunale per i Minorenni[2].

I contrasti in giurisprudenza appaiono maggiori in relazione alle pronunce sulla responsabilità genitoriale ed all’attrazione o meno della competenza a favore del Tribunale ordinario: all’uopo la Suprema Corte[3] con ordinanza ha operato la distinzione tra situazioni di criticità segnalate alla procura minorile non correlate al conflitto tra i genitori di tal che la competenza è del Tribunale per i Minorenni, e cause su affidamento dei figli dove la competenza è attratta al Tribunale ordinario in quanto si tratta di decisioni che possono incidere sul giudizio di affidamento.

In ogni caso la materia non conosce una sistematizzazione definitiva poiché il disegno di legge di riordino delle competenze relative alla giustizia minorile ed alla riforma del processo civile prevede il superamento dei Tribunali per i Minorenni a favore di sezioni distrettuali del Tribunale ordinario per la famiglia.

Diversamente, l’art. 403 C.c. prevede altre misure a tutela dei minori: nello specifico l’art. 403 C.c. disciplina l’intervento della pubblica autorità a favore dei minori in condizioni di abbandono morale e materiale, disponendo la collocazione del minore in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione.

Gli ordini di protezione

La legge n. 154/2001[4] ha introdotto gli artt. 342 bis e ter del Codice Civile nonché l’art. 736 bis del Codice di Procedura Civile per rispondere alle situazioni di pregiudizio avverso i soggetti deboli in quanto destinatari di comportamenti violenti, intendendosi con ciò un insieme di norme finalizzate a tutelare le vittime di violenza o di condotte pregiudizievoli provenienti da una parte del rapporto familiare nei confronti dell’altra.

L’art. 342 bis ordini di protezione contro gli abuso familiari dispone che quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all'integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell'altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d'ufficio, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui all'articolo 342-ter.

L’art. 342 ter contenuto degli ordini di protezione dispone che con il decreto di cui all'articolo 342-bis il giudice ordina al coniuge o convivente, che ha tenuto la condotta pregiudizievole, la cessazione della stessa condotta e dispone l'allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole prescrivendogli altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall'istante, ed in particolare al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia d'origine, ovvero al domicilio di altri prossimi congiunti o di altre persone ed in prossimità dei luoghi di istruzione dei figli della coppia, salvo che questi non debba frequentare i medesimi luoghi per esigenze di lavoro.

La legge 304/2003 ha abrogato all’art. 342 bis le parole «qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio.

Gli ordini di protezione possono essere emanati in presenza di un presupposto oggettivo e di un presupposto soggettivo,

Il presupposto oggettivo è costituito dalla condotta che determina il pregiudizio in quanto condotta tenuta dal coniuge o dal convivente che pregiudichi la libertà morale dell’altra parte o che dia luogo a violenza fisica o morale; il presupposto oggettivo ha un contenuto atipico in quanto è sufficiente la sussistenza di un comportamento pregiudizievole senza necessità che esso integri un fatto costituente reato il presupposto soggettivo implica che la condotta de quo si verifichi all’interno di una relazione familiare in essere in quanto gli abusi devono essere perpetrati in un contesto di coabitazione; il Tribunale di Torino ha dato un’interpretazione estensiva di coabitazione affermandone la sussistenza anche in quei casi in cui la coabitazione sia venuta meno quando la parte danneggiata sia stata costretta a lasciare la casa per sottrarsi alla situazione di pregiudizio per la propria incolumità fisica ; in questo contesto l’ordine di protezione non potrà essere chiesto da parte di chi si sia allontanato da ormai molto tempo dalla casa familiare.

L’istruttoria finalizzata a valutare la sussistenza dei presupposti per la concessione dell’ordine di protezione impone pertanto di valutare che non si sia in presenza di situazioni strumentalmente precostituite per conseguire l’ordine di protezione.

Il provvedimento ha un duplice contenuto:

necessario: in quanto con esso si richiede la cessazione della condotta pregiudizievole e quindi un provvedimento inibitorio quale l’allontanamento del coniuge violento dalla casa familiare; può anche accadere che il contenuto del provvedimento sia limitato alla sola inibizione ma senza l’adozione della misura dell’allontanamento;

eventuale: il provvedimento può contenere ulteriori prescrizioni quali il divieto di avvicinarsi alla casa familiare, ai luoghi di lavoro del coniuge o del convivente o ad altri luoghi da quest’ultimo frequentati, anche prevedendo l’obbligo di mantenere una specifica distanza.

L’esecuzione degli ordini di protezione può avvenire avvalendosi della forza pubblica ma i poteri del giudice civile appaiono alquanto limitati; diversamente il giudice penale può adottare misure cautelari.

Sotto il profilo temporale, le misure contenute negli ordini di protezione non sono a tempo indeterminato . Dal 2009 il limite di applicazione delle misure è passato da 6 mesi ad un anno, prorogabile di un altro anno, decorso il quale, in assenza di comportamenti pericolosi e pregiudizievoli la misura può essere attenuata o revocata.

Consegue, ex art, 342 ter, all’emissione dell’ordine di protezione anche la possibilità per il giudice di disporre a carico del soggetto nei cui confronti disposto l’allontanamento , dell’obbligo di corrispondere un assegno di mantenimento a favore della parte beneficiaria dell’ordine di protezione; l’assegno è parametrato ai criteri propri dell’assegno nelle procedure di separazione o di divorzio e non è pertanto un assegno di natura alimentare.

Rilevante è il limite temporale entro il quale, ex art. 8 della legge 154, può essere chiesto l’ordine di protezione: ovvero sino all’udienza di comparizione davanti al presidente del Tribunale nel procedimento di separazione; in quella sede il giudice adotta i provvedimenti provvisori che si possono così sovrapporre, per contenuto, all’ordine di protezione.

La richiesta di un ordine di protezione viene formulata mediante ricorso proposto dalla parte a mezzo del proprio difensore ; il procedimento è trattato in camera di consiglio dal giudice del luogo nel quale risiede la parte istante; il giudice fissa con decreto l’udienza di comparizione parti mandando al ricorrente la notifica del ricorso e del decreto all’altra parte; in presenza di un pregiudizio documentato, quale ad esempio un referto medico che comprovi una situazione di violenza, l’ordine di protezione può essere emesso dal giudice inaudita et altera parte.

Alla base della decisione inaudita et altera parte vi può essere la valutazione di un pregiudizio per il quale occorra procedere rapidamente prima della fissazione dell’udienza, ovvero in quanto la fissazione dell’udienza potrebbe determinare l’acutizzazione dei comportamenti violenti dell’altra parte .

Il provvedimento è reclamabile al collegio – sulla scorta della disciplina dei provvedimenti cautelari ma non è impugnabile in Cassazione.


L’art. 403 c.c.

Il collocamento del minore in condizione di abbandono morale o materiale in una struttura dedicata costituisce l’oggetto della misura di cui all’art. 403 C.c.; il collocamento avviene generalmente insieme alla madre ed è una misura di carattere volontario in quanto la madre segue il minore ove consenziente.

I contorni del pregiudizio che portano all’adozione di questo provvedimento sono quelli dell’immediata percepibilità; esso non necessita di un’informativa al pubblico ministero ed il pregiudizio deve essere tale che non appaia necessaria un’istruttoria, poiché ove fosse necessaria l’istruttoria verrebbero meno i presupposti per l’adozione di un provvedimento di carattere fortemente ablativo come questo,

Il provvedimento non ha una durata precostituita e deve essere convalidato dal Tribunale: la tipica situazione è rappresentata dalla madre che si presenta al pronto soccorso con il figlio, vengono accertate delle lesioni sul minore e quindi il minore viene collocato immediatamente su ordine del giudice in una struttura protetta.

Vi sono tuttavia casi non così semplici nei quali occorre svolgere un’istruttoria da parte del Tribunale. La fase di convalida del provvedimento può anche avere tempi lunghi e questo costituisce un pregiudizio per chi ha subito violenza nel dover rimanere nella struttura protetta.

L’applicazione dell’art. 403 C.c. può presentare diverse problematiche applicativo. Innanzitutto la legge n. 4/2016 della Regione Piemonte[5] afferma al comma 3 dell’art. 1 che le azioni previste dalla stessa legge devono rispettare i tempi della donna e la sua volontaria adesione ai percorsi proposti,: con la donna che si reca al centro antiviolenza deve essere concordato un percorso preliminarmente finalizzato ad individuare soluzioni alternative al collocamento in una comunità, preferibilmente individuando una struttura alternativa presso la quale collocarla (ad esempio presso i famigliari).

Contemporaneamente il percorso a tutela della donna deve prevedere il deposito della querela contro l’autore delle violenze e, ove questi sia il coniuge, la presentazione del ricorso per la separazione. Ovviamente, sino alla fissazione della prima udienza di comparizione dei coniugi davanti al presidente del Tribunale, la donna dovrà essere collocata in altro luogo fintanto che, con l’assunzione dei provvedimenti provvisori non le sia assegnata la casa coniugale al fine di potervi rientrare.

Il collocamento della donna in una comunità è senza dubbio faticoso e presenta un’evidente negatività: la donna vive in comunità mentre l’uomo è ancora in casa ; la donna vede compromessa la propria capacità genitoriale mentre è circondata all’interno della comunità da altre situazioni pesanti come la propria, e perciò controproducenti sul piano psicologico.

Con il provvedimento ex art. 403 C.c. può essere prevista anche l’erogazione di un assegno di mantenimento a favore della donna; la convalida del provvedimento tutela la donna anche sotto il profilo della gestione pratica della sua genitorialità.

Le problematiche risarcitorie del danno ed il maltrattamento della donna nei luoghi di lavoro

Il risarcimento del danno derivante da violenza tiene conto dell’insieme del pregiudizio subito dalla vittima come danno alla salute, come danno morale e come danno esistenziale conseguente all’alterazione delle abitudini di vita. La richiesta risarcitoria, dovendo documentare l’insieme delle sofferenze fisiche e psichiche subite dalla vittima, deve essere costruita concretamente ed in aderenza alla situazione specifica alla quale fa riferimento.

Generalmente il danno biologico è di modesta entità quanto rare possono essere le lesioni fisiche; viceversa, ingente è il danno alla salute soprattutto in relazione alle conseguenze di tipo psichico che derivano dall’accaduto; appare necessario quindi l’apporto di un buon consulente tecnico di parte – generalmente uno psichiatra che sia anche medico-legale – a fine di definire i contorni del danno subito e la conseguente richiesta risarcitoria.

Se il danno fisico in sé stesso può valere pochi punti, diversa è per l’appunto la consistenza del danno morale. Come pure è rilevante la ricaduta sull’alterazione della vita di relazione che ne viene compromessa.

Tuttavia, ove la donna vittima di violenza si costituisca parte civile nel processo penale, statisticamente le liquidazioni risarcitorie appaiono estremamente contenute, specie calibrando il danno morale in ragione dell’acclarata limitazione del danno biologico e quindi non tenendo adeguatamente conto dell’incidenza che il danno morale può riverberale in situazioni del genere, a prescindere dalla lieve entità del danno biologico in sé considerato.

Tuttavia, per evidenti ragioni di economicità del processo, la costituzione di parte civile nel processo penale pare essere la strada seguita con maggiore propensione, dal momento che lo svolgimento di una separata azione civile, con la quale chiedere e conseguire risarcimenti maggiormente adeguati, può presentare diversi inconvenienti: in primo luogo occorre che la sentenza penale di condanna diventi definitiva poiché siano stati esperiti tutti i rimedi di giudizio ovvero perché non sia stata oggetto di impugnazione: tale requisito si scontra inevitabilmente con i tempi assai lunghi dei diversi gradi del processo anche in riferimento agli intervalli di tempo tra un grado e l’altro.

Secondariamente, non sfugge la circostanza per cui il radicamento della causa civile comporta costi di avvio non irrilevanti specie considerando come la quantificazione della richiesta risarcitoria determini il valore della causa e conseguentemente anche l’entità del contributo unificato.

Il tema delle molestie sessuali sul luogo di lavoro ha costituito oggetto di una recente pronuncia da parte del Giudice del Lavoro del Tribunale di Firenze[6]: la ricorrente, dipendente della società resistente si dimetteva per giusta causa, assumendo di avere subito in tale arco di tempo ripetute molestie sessuali nel luogo di lavoro dal padre della legale rappresentante della società e di fatto titolare dell’azienda, culminate in un tentativo di violenza carnale, scongiurato per il sopraggiungere di un altro dipendente della società. Evocava pertanto la responsabilità della società ai sensi dell’art. 2087 c.c. e per condotta discriminatoria ex art. 26 Divo 198/2006 chiedendo il risarcimento del danno biologico subito, per la patologia di ordine psicologico residuata e l’inabilità temporanea, oltre al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso per la giusta causa delle dimissioni.

La sentenza di condanna dell’aggressore è divenuta definitiva, essendo stata confermata in grado di appello, pur con riduzione della pena. All’esito dell’istruttoria il Tribunale di Firenze ha accolto il ricorso affermando la responsabilità della società per violazione dell’art. 2087 c.c., in base al quale l'imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessari a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori dì lavoro”, ciò che comporta per il datore di lavoro sia il divieto di porre in essere direttamente qualsiasi comportamento lesivo dell’integrità fisica e della personalità morale del dipendente, sia l’obbligo di prevenire e reprimere condotte dannose nell’ambito dell’ambiente lavorativo, anche se commesse da altri dipendenti o comunque da soggetti che gravitano a vario titolo nell’azienda.

Per il Giudice del Lavoro ne consegue la responsabilità della società per la natura discriminatoria della condotta illecita del sopra descritta, in ragione del sesso della ricorrente, secondo quanto previsto dagli artt. 25-26 del D.Lgs. n. 198/06, come novellato dal D.Lgs. n. 5/2010 in occasione del recepimento della Direttiva comunitaria n. 54/2006[7] .

Sono altresì considerate come di discriminazioni le moleste sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile degradante umiliante o offensivo.

La società è stata quindi condannata a risarcire il danno biologico nonché il danno non patrimoniale da discriminazione previsto dall’art. 38 del D.lgs. n. 198/06, rinvenibile nell’ipotesi de quo sia per la natura della lesione a beni primari costituzionalmente garantiti (salute, eguaglianza, dignità) secondo l’insegnamento della Suprema Corte a Sezioni Unite valutabile in base ad elementi di carattere presuntivo[8], sia in forza di espressa previsione legislativa, che prevede il risarcimento del danno non patrimoniale in caso di condotta discriminatoria per ragioni di sesso, integrata ex art. 26 comma 2 del d.lgs. n. 198/06 dalle molestie sessuali.


La sentenza si presta ad una serie di rilievi di criticità in quanto:

  1. vi è stata un’errata liquidazione del danno biologico (micro)permanente I criteri di liquidazione del danno biologico previsti dall'art. 139 c. ass., per il caso di danni derivanti da sinistri stradali, costituiscono oggetto di una previsione eccezionale, come tale insuscettibile di applicazione analogica nel caso di danni non derivanti da sinistri stradali. Per tale ultima tipologia di danni la liquidazione equitativa del danno non patrimoniale conseguente alla lesione dell'integrità psico-fisica deve essere effettuata da tutti i giudici di merito, in base a parametri uniformi, che, in assenza di precisi riferimenti normativi, vanno individuati nelle tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, da modularsi secondo le circostanze del caso concreto[9] (Necessità della liquidazione del danno morale;

  2. Il danno da discriminazione è stato liquidato in euro 20.000 in base all’art .18 Direttiva 2006/54CE che impone agli Stati membri di introdurre le misure necessarie per garantire per il danno subito da una persona a causa di una discriminazione fondata sul sesso, un indennizzo o una riparazione reali ed effettivi da essi stabiliti in modo da essere dissuasivi e proporzionati al danno subito : vi è da dubitare fortemente che l’importo di euro 20.000 oggetto di liquidazione possa dispiegare efficacia dissuasiva nei confronti dell’aggressore, specie in presenza di un soggetto recidivo.

[1] Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali. (12G0242) (GU Serie Generale n.293 del 17-12-2012) note: Entrata in vigore del provvedimento: 01/01/2013.


[2] Precedentemente all’entrata in vigore della riforma, la Suprema Corte (Cass. sentenza n. 20354/2011) aveva stabilito che tanto il Tribunale per i Minorenni sia quello avanti al quale pende la procedura di divorzio possono , se viè pregiudizio per i minori, assumere i provvedimenti più opportuni a tutela dei figli minorenni, aprendo di fatto la strada ad uno specifico ruolo attivo da parte del Tribunale ordinario.


[3] Cass. sentenza n. 1349/2015.


[4] "Misure contro la violenza nelle relazioni familiari" pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 98 del 28 aprile 2001


[5] "Interventi di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per il sostegno alle donne vittime di violenza ed ai loro figli". (BU 25 Febbraio 2016, n. 2° suppl. al n. 8)


[6] Tribunale Ordinario di Firenze, Sez. Lav., ud. 20 aprile 2016


[7] Ai sensi dell’art. 25 della Direttiva UE n. 54/2006 Costituisce discriminazione diretta, ai sensi del presente titolo, qualsiasi disposizione, criterio, prassi, atto, patto o comportamento nonché l’ordine di porre in essere un atto o un comportamento, che produca un effetto pregiudizievole discriminando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso e, comunque, il trattamento meno favorevole rispetto a quello di un’altra lavoratrice o di un altro lavoratore in situazione analoga. Per il successivo art. 26.” Sono considerate come discriminazioni anche le molestie, ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”.


[8] Cass. Sez. Un. n. 26972/2008.


[9] Cass. civ., Sez. III, 07/06/2011, n. 12408; cfr. Cass. civ., Sez. III, 06/03/2014, n. 5243; cfr. Cass. civ., Sez. III, 25/02/2014, n. 4447; cfr. Cass. civ., Sez. III, 30/06/2011, n. 14402.


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